Vendola all’assemblea generale di SEL

12 years ago by in Articoli, SEL: c'è un'Italia migliore Tagged: ,

‘All’isola del Giglio, un paradiso naturale del nostro Mediterraneo, una perla improvvisamente e improvvidamente scheggiata e oltraggiata, è naufragata penosamente un’idea di modernità fatta di mercificazione globale e di selvaggia diseguaglianza.  So che le metafore si sprecano, ma sono davvero troppe le emozioni che suscita la tragedia del Costa Crociere, una metropoli in miniatura, galleggiante commerciale, una nave chiamata concordia, che inciampa in uno scoglio mentre esibisce il proprio gigantismo, e mentre comincia la pena dell’affondamento si consuma lo scontro terribile e umanissimo tra la viltà e la passione civile, tra la paura e il coraggio.

E il dibattito politico galleggia nel vuoto della retorica, visto che il tema da aggredire è l’aggressione ambientale, lo stupro del mare e della costa, la privatizzazione predatoria di quei beni comuni che cominciano a scarseggiare: la terra, l’acqua, la salute, l’energia. E a che vale commuoversi pubblicamente per i cetacei in pericolo, quando non si fa nulla per bloccare il mercato delle autorizzazioni alla trivellazione dei fondali del mare, in cerca di un greggio di scarsa qualità da risucchiare in superficie attraverso macchine e tecnologie che si sono rivelate difettose o mal utilizzate.

C’è una girandola di domande che ruota attorno alla politica, ma la politica discetta dei vizi e delle virtù dell’animo umano. Noi sentiamo come insopportabile il tentativo violento di rimuovere, di abolire quelle domande. Non è previsto un calcolo dello spread sociale, o ambientale, o culturale. Noi quelle domande le vogliamo ascoltare: investono persino il senso del vivere associato. Chiamano in causa le prerogative del genere umano anzi umanizzato, prerogative smarrite nei labirinti dell’individualismo celebrato dalla Lady di quel ferro liberista che ha percosso le nostre comunità di lavoro e di sentimento. Noi le dobbiamo sapere intendere, sondarle, tradurle, quelle domande. Non sfuggire alla loro radicale politicità, non buttarla in filosofia. Provo di ricordarne alcune. Perché non si investe sulla prevenzione, sulle bonifiche, sulla messa in sicurezza del territorio, di quello naturale e di quello urbano, su un piano sistematico di rassetto idro-geologico, di pulizia dei corsi d’acqua, di cura dei boschi, di recupero e rivitalizzazione dei piccoli borghi, di riqualificazione sociale e ambientale delle periferie delle città, di cura delle montagne e delle colline, di protezione di quelle coste sempre più aggredite dal cemento e dall’erosione, di riorganizzazione democratica e razionale dei modelli di governance di un “bene comune” come l’acqua che viene minacciato dagli sprechi e dalla scarsità e dalla privatizzazione pervicace. Così pervicace che cova il desiderio di annullare nei fatti l’esito del referendum sull’acqua, un pronunciamento chiaro come un esclamativo evangelico. C’è sempre un’emergenza che può consentire alla tecnocrazia di temperare il calore della democrazia, magari con una gelata di diritti sociali, e con un’afasia collettiva che ci impedisce di dire che si è stanchi di avere paura, stanchi di aspettare il futuro come una minaccia oscura, stanchi di non poterci più neppure difendere dalla palude di questa spoliticizzazione obbligatoria che rende facile l’accrescersi del potere e del sapere specialistico della finanza. Quelli che ci hanno precipitato nelle voragini della creatività speculativa e talvolta persino rapinatrice sono gli stessi che oggi dettano le ricette per salvarci, la malattia ci viene proposta come medicina, e le grandi lobbies affaristico-finanziarie ( in primis le grandi banche) dopo un brevissimo purgatorio mediatico-giudiziario nel nord America sono tornate in cattedra, la crisi che investe il denaro è come una slot-machine, siamo tutti clienti ossessionati dal gioco di borsa, ma mentre cresce la povertà e il ceto medio vacilla paurosamente verso il piano inclinato di un sempre più veloce impoverimento, mentre questa parola dal suono arcaicamente sociologico – “povertà” – torna ad essere cuore pulsante della questione sociale, c’è chi alimenta la crisi per arricchirsi e per dominare, per strutturare e naturalizzare una diseguaglianza cresciuta in modo esponenziale. I proprietari privati della raccolta e della distribuzione del denaro, i signori delle multinazionali e delle società di credito e di investimento, diventano soggetti irresponsabili, non sono chiamati a rispondere dei loro fallimenti, voglio dire che non sono chiamati dalla politica (il lavoro dei giudici se interviene attiene comunque ad un’altra dimensione): la politica può tagliare gli artigli alla speculazione? La democrazia, con le sue regole di trasparenza e di controllo sociale, può bonificare i territori spericolati della finanza e dell’economia? Quelli della scena pubblica, le classi dirigenti nel loro complesso, le forze intellettuali, le giovani generazioni, ma anche le soggettività più fragili e vulnerabili, tutti questi sono titolati, ciascuno per il suo, a chiedere di capire perché la Stato stia progressivamente smaltendo funzioni e competenze delegandole al mercato, perché stia svuotando la natura sociale del nostro patto costituzionale, perché stia dismettendo l’etica del primato dell’interesse collettivo stimolando una pratica della inflazionata sussidiarietà intesa come il pubblico che si dona al privato? Si può discutere di dove stiamo andando, e se sia la direzione giusta per salvarci? Oppure il dibattito è un’esclusiva degli iscritti al Club dell’austerità, dove la destra planetaria (quella finanziaria, petroliera e spirituale) programma i salassi sociali e lo smontaggio del Welfare novecentesco e dove è previsto che la sinistra si modernizzi, possibilmente suicidandosi. Si può esprimere dissenso, si può dubitare dell’efficacia delle politiche di contenimento del debito pubblico costruite riducendo i redditi del ceto medio e con il razionamento delle risorse destinate alla protezione sociale, alla cura delle persone, alla qualità della vita? C’è spazio, in questo passaggio storico che è un po’ un momento della verità per le pulsioni illiberali del liberismo, per un pensiero politico-programmatico alternativo a quello dominante, un pensiero critico che non cede alle lusinghe dei populismi e dei primitivismi ma che non rinuncia a dare un giudizio di valore su questo capitalismo finanziario che si nutre e s’ingrassa divorando il proprio medesimo corpo preda di convulsioni. Intanto la natura della crisi è stata pericolosamente occultata con le maschere dei risentimenti etnico-nazionalisti. Invece di parlare delle banche d’affari e dei loro regolamenti (si fa per dire), in Europa è stato tutto un fiorire di dispute in stile “lombrosiano”. Il carattere germanico, la psicologia degli inglesi, la grandeur dei francesi, la furbizia dei greci: una significativa rassegna dei principali stereotipi e pregiudizi con cui convive il nostro europeismo senza Europa. Sembrava la saga delle vecchie ruggini. Invece di chiederci con semplicità perché, se siamo assai meno indebitati degli Stati Uniti, siamo così vulnerabili ai colpi della speculazione. No, noi chiacchieriamo sulla necessità di incrementare ritmi di produttività per merci che hanno sempre meno mercato, conveniamo sulla necessità di far dimagrire lo Stato di diritto per fare ingrassare lo Stato di eccezione, possiamo congedarci persino dalla concertazione con i sindacati (peccato, proprio ora che il sindacati forse volevano fare un po’ di narrazione sulla condizione materiale di lavoro).

Non è stata questa una prova documentale del fallimento dell’Europa costruita sulla moneta e sul liberismo? Una tela di Penelope è stata l’Unione. Un continente di protettorati e di banche, di lobbisti e di burocrati. Non una comunione, non un patto di convivialità nel pluralismo, ma una moneta, più una rete di apparati allocati tra Bruxelles e Strasburgo. Insomma, la scacchiera mutevole degli interessi contingenti dei singoli stati mette in piedi una soggettività politico-istituzionale assolutamente afona nonché ambigua.

Dove sono gli Stati Uniti d’Europa?
Non chiamiamo Europa la destra europea, la coppia Merkel-Sarkozy
Il riformismo neo-liberista della sinistra europea ha fallito la propria missione: quella di temperare le febbri della globalizzazione e di dare coscienza sociale al Capitale. E oggi il tema della sinistra torna discriminante

Euro Mediterraneo, la primavera araba, la questione palestinese,
chiarezza con la Libia e con i nostri partner sul rispetto dei diritti umani

Rifondare la sinistra per rifondare l’Europa
Il mondo alla ricerca di un nuovo equilibrio: la Cina , India, Brasile,
la Russia, le speranze e le incognite africane.

Oppure abolire la sinistra per governare tecnicamente nella stagione della recessione e della povertà di massa.

La fine del governo Berlusconi e la nascita del governo Monti.

Abbiamo scelto di non trasformare i giudizi divergenti in rottura a sinistra. Altre volte la divisione a sinistra, nell’analisi e nella strategia, ha aperto la strada alla destra.

L’Italia attende il processo di deberlusconizzazione della società e della politica.
Berlusconi e un’idea di gerarchia sociale, di precarizzazione del lavoro, di dequalificazione della formazione, di commercializzazione della cultura, di mercificazione della natura, di privatizzazione del patrimonio pubblico

Il berlusconismo come fenomenologia del costume: e qui occorre raccogliere la sfida di se non ora quando (la valorizzazione sociale del lavoro di cura e del lavoro domestico e l’abbattimento delle barriere all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e nelle sedi del potere politico. Ma anche la prosecuzione del lavoro di scavo sull’ordine del simbolico e sul disordine del discorso, sui totem e sui tabù di una sessualità compulsiva e strangolata dall’ansia dell’onnipotenza e la paura dell’impotenza.  Dobbiamo bonificare il territorio abitato dalla materia semantica, dai depositi di parole. Dobbiamo assumere conseguenze nette in termini di forme della politica e della democrazia: parità di genere è oggi un salto di qualità della rappresentanza pur nel gorgo di una crisi della nostra democrazia.

Non so come si possa parlare dell’attuale governo come di una primavera, non fosse che per quella fondativa distanza dall’idea di politica  (che produce ovviamente una pratica politica travestita da tecnica).
Al centro dell’azione di governo, così visibilmente sostenuta dal Quirinale, la necessità di fare cassa per coprire gli interessi sul debito pubblico, il consolidamento delle politiche di contrazione della spesa pubblica, la conferma di significative riduzioni di risorse per la formazione e la salute dei cittadini

Oggi con il decreto sulle liberalizzazioni siamo difronte all’ennesima dimostrazione di come, non per cattiva volontà ma per una ragione di cultura e di natura del governo Monti , riesce facile colpire gli interessi dei corpi intermedi della società, magari colpendo anacronistici recinti di privilegio corporativo (senza strafare, che a questi ministri non difetta lo stile), ma non riuscendo mai a scalfire la struttura reale dei privilegio e della ricchezza. La settimana dell’equità è di sei giorni: il lunedì si innalza l’età pensionabile, il martedì di passa al contributivo, il mercoledì si estendono i settori in cui derogare dal contratto collettivo, il giovedì si limita il diritto di sciopero, il venerdì si teorizza la libertà di licenziamento, il sabato si aumenta il prezzo del gas, dell’elettricità, dell’acqua, della benzina, e alla domenica si fa un convegno sulla patrimoniale o sulla tobin tax.

In questo decreto non ci sono due perle che comunque sono assai indicative del contesto culturale in cui operiamo: l’art. 21 sulla liberalizzazione delle prospezioni e delle trivellazioni; la privatizzazione dell’acqua. Cos’è la crescita, cos’è la sostenibilità.
In generale, la montagna ha partorito un topolino. Ma molta enfasi propagandistica. Con queste liberalizzazioni avremo la crescita, usciremo dalla recessione, giungeremo in un anno al pareggio di bilancio? Sia concesso dubitarne.

Un nuovo modello di sviluppo, un investimento per le filiere della terra e del cibo (con le novità della Pac torna il latifondo e l’abbandono dell’economia agricola?)

Una giovane generazione in agricoltura. Ne possiamo parlare?
Innovazione, reti intelligenti, abbattimento del digital divide, economia della creatività.
Si può fare un piano Marshall per salvare e valorizzare il patrimonio culturale del Paese? Ma si può finalmente evocare il tema drammatico del reddito mentre le proiezioni sul Pil del corrente anno sono da brivido.
C’è un problema di continuità del reddito di chi lavora saltuariamente, precariamente, sottopagato. C’è un problema di reddito di inclusione per chi è prigioniero della marginalità. C’è un problema di reddito che garantisca l’esercizio dei fondamentali diritti di cittadinanza nonché la formazione al lavoro. C’è un problema di reddito sottratto, come nel caso del lavoro domestico non retribuito.
Ma c’è un problema anche di civiltà, se volete, in un Paese in cui centinaia di famiglie saranno buttate per strade, come alla Fiat di Pomigliano, perché i loro congiunti operai avevano in tasca la tessera della Fiom. Questo non è accettabile, non è più una rottura di relazioni industriali, è un buco nero nel nostro comune elaborare il sentimento della giustizia o dell’ingiustizia, della modernità o dell’oscurantismo.

Se il lavoro non torna a presidiare i luoghi della politica e se la politica non torna ad interrogare il luoghi del lavoro, la democrazia va in affanno. Perché la precarietà scortica vive le persone e la loro dignità. Ma ho trovato insopportabile che la discussione sul mercato del lavoro esordisse dall’infelice e caricaturale racconto di un mondo di lavoratori divisi in garantiti e precari, laddove per garantiti si intendeva qualcosa di proditorio e insano, come se la garanzia (quella di un contratto di lavoro stabile) fosse stata costruita derubando la persona precaria.
E quindi piuttosto che dare garanzie ai precari, si è pensato di precarizzare i garantiti.
Più o meno come ai tempi di Sacconi, al netto dello stile tardo-romantico dell’ex Ministro.

Torna la metafora dell’Isola del Giglio. Così è tutta l’Italia, preziosa e delicata, ricca e fragile, più visibile nei suoi strappi e nelle sue ferite che non nelle sue virtù civiche.

Il lavoro povero e il suo recinto proprietario, talvolta di natura mafiosa. Lo vediamo oggi nel controllo che Cosa Nostra ha di interi segmenti produttivi e professionali che protestano oggi in Sicilia la propria estraneità allo Stato ma anche, per tantissima gente, la propria disperazione sociale.
Come la cacciata ‘ndranghetista dalle campagne di Rosarno di 1200 africani, come i roghi camorristi dei campi nomadi nella periferia partenopea, come lo schiavismo che torna nelle forme del moderno caporalato.
Il razzismo come cultura della crisi e modello sociale. La strage fiorentina di senegalesi e il pogrom anti-rom di Torino.

Sono episodi che indicano un cambio di contesto, l’apertura di più di un varco alla legittimazione di culture della negazione e dell’intolleranza,

Accadono in un’Italia che, a Nord, nella evoluta e ricca Lombardia come nel più remoto sud calabrese, regala ai clan mafiosi pezzi di sovranità sui territori delle città, della politica, dell’economia.

Allora la giustizia sociale e un nuovo modello di sviluppo non sono solo la punta di diamante di una nuova filosofia del vivere con responsabilità e senso del limite, ma sono l’unica via di salvezza, l’alternativa al declino economico, la promessa di contrastare la paura con i diritti piuttosto che la minaccia di contrastare il diritto scivolando nella società della paura.
Il Pd in questa strettoia.
La nostra offerta e la nostra lealtà.

Politica e società civile, partiti e movimenti, una coalizione larga e un patto generazionale
Una alternativa di governo

Lo dico ai compagni di Rifondazione, non capisco il vostro appello.

Una sinistra per vincere. Il Pd, Sel e Idv aprano il cantiere e si aprano alle domande di cambiamento. Un patto con le forze moderate? Non l’abbiamo escluso. Non ci siamo chiusi. Non abbiamo insultato, neppure per difenderci. Abbiamo semplicemente continuato a chiedere: e la sinistra? C’è spazio, c’è senso, c’è bisogno, qui, ora, in Europa, nel mondo, della sinistra? NO, non dico di una nostalgia. E neppure di un repertorio di narrazioni conchiuse e pedanti. Una bandiera è una politica che si fa speranza, una speranza di popolo che si fa politica (coalizione, programma, visione, linguaggio).
Cosa è stata l’ultima volta che ha vinto la sinistra? Era la prima che perdeva davvero, nel cuore della società, il Cavaliere. Con le amministrative e i referendum

Ecco i sindaci del cambiamento. Mescolare le culture riformiste e quelle radicali.
Per rompere il recinto. Napoli e Milano, Cagliari e Bari, Bologna e L’Aquila sono le storie di sfide, di dolori liberati dall’omertà, di cambiamenti sgorgati da una lunga e faticosa educazione all’indignazione. I sindaci che calpestano i marciapiedi su cui ogni mattina masse crescenti di disperati presentano il conto dei banchetti a cui peraltro non hanno preso parte. I sindaci che capiscono che significa vivere in un Paese ( e in un modello di società) in cui può crollare un frammento di Pompei, mentre una ciclope delle crociere può fare capolino dalla laguna in Piazza San Marco, mentre se piove Genova galleggia nel fango e nella morte, mentre a Barletta può consumarsi (all’incrocio di tutte le più brutali contraddizioni del tempo che viviamo) la tragedia di una strage proletaria e femminile, mentre nelle campagne sempre meno coltivate si ammassano raccoglitori e datori di precarietà.
Una rete di laboratori urbani. Come la colonna vertebrale della coalizione del cambiamento. Non un quarto polo, ma il cantiere plurale del cambiamento. Dove a tutti viene chiesto solo di non proporsi come esclusivo intestatario di battaglie generali, magari con pose ideologiche ultraminoritarie e vocate alla sconfitta: direi che in Italia ci sono Milioni di italiani che si sentono protagonisti per la difesa dell’acqua pubblica.

Legge elettorale come risposta alla crisi democratica e non confezione dell’abito delle convenienze opportunistiche

Rompere il recinto, la barriera, la solitudine. Rompere la gabbia liberista e aprire un varco ai diritti, ai soggetti, ai desideri di socialità e di felicità’.

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