Semplificare è complicato, ma non c’è più tempo

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Il mio intervento durante la discussione della mozione Tabacci, Lavagno, Taricco, Palese, Dorina Bianchi, Monchiero e altri in materia di semplificazione normativa e amministrative, di cui sono firmatario.

Signor Presidente, il tema della semplificazione amministrativa nel nostro Paese assume sempre più le sembianze di un mantra ripetuto in maniera stanca, stantia, all’insediarsi di ogni nuovo Esecutivo. Un rumore di fondo, lamentoso, inutile, che nutre nella propria frustrazione la propria inefficacia, e specchio di una politica che strizza l’occhio al mal di pancia della gente, che affligge i cittadini, le imprese e le stesse amministrazioni, ma che è incapace di assumere su di sé la responsabilità piena di affrontare in modo sistematico, ordinato e continuativo le riforme necessarie per dare risposte credibili.

Quando questo è avvenuto, abbiamo assistito ad eventi spot, di natura spettacolare, e più volte alla comunicazione di costume che non ad assumere efficaci rilievi di carattere istituzionale. È questo il quadro che ci viene consegnato e da cui parte la nostra discussione; una discussione frustrata e, a volte, frustrante. È la discussione iniziale da cui sono partiti i lavori della Commissione bicamerale sulla semplificazione, da cui è partita un’indagine conoscitiva lunga, approfondita, che ci ha dato un quadro di una malattia ben nota e ben conosciuta al nostro Paese. Una malattia a cui occorre dare, a questo punto, risposte in maniera efficace, senza più rimandare, senza più illudersi che la semplice enunciazione ed elencazione delle caratteristiche della complicazione, dell’inefficacia e dell’inefficienza, e pertanto della non economicità, del sistema Paese, in qualche modo, possa essere un modo per autoassolvere un’intera classe politica rispetto a queste funzioni. Funzioni che devono e dovrebbero rispondere, invece, a principi ben chiari: a quello della legalità, che impone alla pubblica amministrazione il rispetto della legge e dei criteri da questa dettati, alla buona amministrazione, all’obbligo di svolgere la propria attività secondo le modalità più idonee ed opportune al fine di garantire l’efficacia, l’efficienza e l’economicità, alla speditezza, ai comportamenti che si devono assumere nei confronti dei cittadini.

Spesso tutto ciò, lo abbiamo detto, l’abbiamo evidenziato, illustrato nei lavori dell’indagine conoscitiva, è rimasto un enunciato astratto a causa delle carenze, delle disfunzioni organizzative, dalla sovrabbondanza di norme, di leggi, di regole, dei ritardi della cultura della dirigenza, nelle difficoltà di affermare un sistema di responsabilità rigoroso, nella lentezza endemica della giustizia amministrativa. La semplificazione amministrativa, tuttavia, dovrebbe permettere la concreta attuazione dei principi generali, quelli della legalità e della buona amministrazione, che costituirebbe una soluzione a questi problemi ed è sottesa al principio di semplicità che costituisce, a sua volta, un importante corollario dei principi di buon andamento dell’organizzazione dello Stato.

Occorrerebbe delegificare, deregolamentare, deamministrativizzare, farlo però secondo un ordine e non secondo interventi spot, come abbiamo più volte sottolineato e come è stato fatto in maniera negativa in questo anno. Eppure assistiamo anche in questo caso, come nella discussione precedente, a un ventennio normativo che aveva dato una direzione, che aveva tracciato un solco: nel 1990 la legge apparsa sotto il nome della trasparenza aveva introdotto un nuovo statuto nei rapporti tra le pubbliche amministrazioni e i cittadini, prevedendo per la prima volta in capo a quest’ultime una serie di importanti diritti, tra i quali quello alla certezza dei tempi di conclusione del procedimento amministrativo, la partecipazione allo stesso procedimento, l’accesso ai documenti amministrativi e tante altre cose. Questo passaggio avrebbe dovuto rappresentare un passaggio di non ritorno nei rapporti tra i cittadini e amministrazione, purtroppo così non è stato o lo è stato in parte, perché se negli anni Novanta abbiamo assistito all’introduzione dei testi unici, alle leggi Bassanini, poi all’alba del nuovo millennio, nel 2001, con la riforma del Titolo V, di fatto, abbiamo interrotto quella pratica e abbiamo fatto sì che dei testi unici che avevano permesso una semplificazione reale alla capacità di mettere a sistema determinate questioni e determinati temi, determinati ambiti dell’amministrazione della cosa pubblica in qualche modo venisse interrotto in maniera confusa.

Questa è una storia che fa il paio con l’introduzione da 20 anni a questa parte del concetto stesso di federalismo. Un federalismo mancato che abbiamo declinato in ogni modo e in ogni forma, ma certamente non con quella aspirazione che era nelle intenzioni dei cittadini che vedevano nel federalismo un avvicinamento della pubblica amministrazione nei confronti delle proprie esigenze e dei propri bisogni. In realtà abbiamo, invece, assistito, molto spesso, con una amministrativizzazione di fatto delle regioni, a una scarsa capacità legislativa dal punto di vista qualitativo delle stesse regioni, o a nuovi accentramenti di carattere regionale o molto spesso a un allontanamento e a un’inefficacia nell’azione della pubblica amministrazione. Appare, quindi, evidente come semplificare sia una questione molto complicata nel nostro Paese; una questione molto complicata, ma che deve venire al pettine.

E lo dovremmo fare in ogni ambito della pubblica amministrazione proprio stando alle questioni e all’intervento principale che questa mozione sottoscritta dai componenti della Commissione bicamerale si propone, quella di reintrodurre e di riavviare la stagione dei testi unici come modalità primaria per la semplificazione.

Qua non stiamo e non dobbiamo più fare la diagnosi di un malato, dobbiamo iniziare ad individuare quali sono le cure, cure non palliative, quindi non momentanee, non che hanno lo spazio effimero, ma che hanno, invece, la capacità di continuità e soprattutto quella volontà di programmazione e lo dovremmo fare in ogni ambito della pubblica amministrazione.

Mi limito ad un esempio, facendo mie le parole di un amico che oggi su Il Sole 24 Ore prova a delineare la grande confusione normativa che avviene sulla materia fiscale, solo sulla materia fiscale relativa agli immobili.

Ebbene Cristiano Dell’Oste ci dice: «le continue correzioni alle norme e le definizioni “dimenticate” nei testi di legge sono il segno più evidente del travaglio che ha portato all’attuale disciplina dei tributi immobiliari. Chi vuole ricostruire la disciplina di Imu e Tasi, oggi deve mettere insieme alcune parti del vecchio testo unico sull’Ici, il decreto 23/2011 sul federalismo fiscale, la manovra salva-Italia e l’ultima legge di stabilità del 2013. Tutte quante, naturalmente, nelle versioni aggiornate alla legge di conversione del decreto salva Roma-ter, licenziata dal Parlamento appena un mese fa, e alle norme messe a punto dal Governo la scorsa settimana per disciplinare le nuove scadenze di pagamento della Tasi».

Ecco, è evidente come un semplice aspetto, quello della tassazione immobiliare, abbia al suo interno tutte le mancanze della legislazione rispetto alle buone norme di buon senso rispetto alla semplificazione. Gli oneri che ormai si hanno rispetto alla complicazione normativa sono insostenibili per cittadini e per imprese, per le cose che sono state già ricordate dai colleghi precedentemente. La stratificazione di leggi in qualche modo produce e si inserisce pienamente in questo onere e peso notevole a cui assistiamo, non aiuta la comprensione e allontana via via, vieppiù, i cittadini da quella che è la politica per come la politica è in grado di gestire i processi e governare questi stessi processi.

Credo che, detto questo, noi dobbiamo fare uno sforzo e dobbiamo chiederlo al Governo. Dobbiamo fare uno sforzo, da un lato, di affermazione di dignità del Parlamento, perché questa Camera, anzi, queste Camere, visto che esistono ancora le due Camere, siano effettivamente Camere legislative e non Camere di ratifica della decretazione d’urgenza, sempre più utilizzata da questo come dai precedenti Esecutivi, con una tendenza alla gestione dell’emergenzialità come norma, che in qualche modo non solo apre la strada alla confusione, ma molto spesso anche – abbiamo visto in epoche precedenti – a fenomeni di corruzione. Dobbiamo rivendicare da parte delle Camere nei confronti del Governo un rapporto più serio e più stringente per ciò che concerne il rispetto dei ruoli. L’Esecutivo faccia l’Esecutivo e il Parlamento faccia il Parlamento, nel senso che ciò che viene qua dato come indirizzo, anche legislativo, venga poi rispettato da parte del Governo e insieme, attraverso l’istituto delle Commissioni e soprattutto della Commissione bicamerale sulla semplificazione, non rimanga un luogo anche quello di buone intenzioni, laddove il Governo nelle sue componenti, piuttosto che i commissari, dichiarano buone intenzioni, fanno analisi del programma e non agiscono invece per un programma comune che dia effettiva stabilità.

Stabilità non vuol dire quella stabilità politica che consente ad un Governo di durare o non durare. Stabilità vuol dire avere quella certezza che i principi fondativi di uno Stato, i principi fondativi del rapporto tra lo Stato, la pubblica amministrazione e i cittadini siano validi oggi e non vengano messi in discussione domani e ciò che è valido oggi non venga vissuto come una truffa da parte dei cittadini. Infatti troppo spesso invece, abbiamo assistito a fenomeni che andavano in direzione opposta, a fenomeni che tendevano a smentire ciò che si dichiarava un giorno e ciò che invece veniva espletato il giorno successivo. Molto spesso è la ricerca di un facile consenso immediato eppure i risultati di questo immediato e facile consenso si sono tradotti, per tutti noi come classe politica, in una perdita di credibilità.

Credo che questo della semplificazione non sia un problema dell’Italia, ma come abbiamo più spesso ribadito nella Commissione e come abbiamo ribadito più volte ai membri del Governo, è il problema dell’Italia nei confronti della competitività e della capacità del nostro Paese di stare in un contesto comunitario e internazionale. I ritardi che noi stiamo accumulando rispetto a questo sono ormai insostenibili. Ce lo dicono i rappresentanti datoriali come i rappresentanti dei lavoratori: ce lo dicono tutti. Noi, per essere competitivi, forse una volta in più dovremo fare attenzione a questi elementi strutturali e ragionare sulla competitività, non semplicemente sui maggiori o minori – molto spesso minori – diritti sul mondo del lavoro, quanto sugli elementi strutturali del nostro Paese. È al pari di un’infrastruttura avere una legislazione semplice, comprensibile e accessibile, proprio perché non basta dire che esistono i diritti. A questi diritti poi va dato accesso. La semplicità e la chiarezza normativa sono di fatto una garanzia rispetto all’accesso dei diritti nei confronti dei cittadini.

Testo Mozione

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