Il bilancio Ue torni a parlare di crescita e sviluppo

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Per la prima volta, dietro il dogma del rigore e dell’austerity, la programmazione finanziaria pluriennale europea ha subito una sensibile contrazione, a cui va contrapposta una maggiore flessibilità nell’uso delle risorse. Non è certo perseguendo politiche rigoriste che si rafforza l’Europa. Anzi, come è sotto gli occhi di tutti, è vero il contrario. Con minori risorse e con l’ingessamento delle stesse, come sarà possibile raggiungere gli obiettivi ambiziosi di Europa 2020 ? Come sarà possibile rilanciare gli investimenti produttivi, la ricerca e lottare contro la povertà e la disoccupazione ?
 Occorre cogliere l’occasione della Presidenza italiana per costruire un’Europa dove ritrovare un nuovo protagonismo italiano e ribaltare complessivamente la logica sbagliata che fino ad oggi ha caratterizzato le politiche europee. Solo così potremo arrivare a un nuovo patto che ponga al centro una vera cittadinanza europea.
Signor Presidente,
è vero che il tema della nostra discussione parte dagli accordi di Fontainebleau del Consiglio Europeo del 1984, ma è allo stesso tempo lo spunto per una riflessione più ampia sulla formazione del bilancio europeo, sulla funzione e la funzionalità stessa dell’Unione, oggi, per come la viviamo e per come sono mutate le condizioni economiche, sociali e culturali nell’arco di questo trentennio.
Quella che fu un’impuntatura di piedi da parte dell’allora Primo Ministro inglese, Margaret Thatcher, che pretese ed ottenne quello che viene definito come «sconto inglese», fu lo specchio di un’ideologia in salsa europea a far prevalere l’interesse del singolo rispetto a quello comune sulla società, del privato sul pubblico. E appare oggi tanto più anacronistico se rapportato alla capacità, al riconoscimento che vi fu da parte delle istituzioni europee delle argomentazioni britanniche, alla capacità dimostrata di sacrificare parte del proprio interesse particolare per far avanzare un’idea più comune e senz’altro più forte.
È così che si arriva agli accordi che prevedono uno sconto in favore della Gran Bretagna e la concessione di un beneficio originato dall’esigenza di compensare un Paese a scarsa vocazione agricola che, a differenza di Francia e Italia, non usufruiva dei cospicui finanziamenti della nascente politica comune europea. Tutto ciò appare così lontano e diverso, non solo nelle argomentazioni di natura economica, ma anche nella percezione diffusa in termini di opinione pubblica di quella che è l’Unione europea, sia delle rivendicazioni di un singolo Stato, sia della capacità che l’allora Comunità europea, non ancora Unione, seppe dimostrare per far avanzare un’idea più grande e più forte.
Tanto più lontane e certamente anacronistiche, così come sono superate, sono le argomentazioni alla base di quegli accordi, per quanto il vantaggio sia stato riconfermato, per come ci è stato riportato anche nelle parole del sottosegretario. Argomentazioni superate e anacronistiche in un contesto estremamente mutato, caratterizzato da una perdurante crisi economica con i suoi risvolti produttivi, occupazionali e sociali che sono sotto gli occhi di tutti, ma anche in cui le risorse europee destinate alla politica agraria comunitaria che avevano generato gli accordi sono infinitamente ridotte.
Ed è per questo corretto ragionare su questo tema come spunto e più in senso generale, ovvero della formazione del bilancio dell’Unione, proprio perché far perdurare ingiustificati vantaggi a favore di un solo Paese non fa altro che aumentare gli squilibri tra gli Stati membri, cosa che in un contesto europeo che dovrebbe diventare via via più armonico dovrebbe essere quanto più evitato e reso inaccettabile.
Rivedere e rinegoziare tali meccanismi e criteri diventa oggi una necessità difficilmente procrastinabile in sede europea, e che va fatto con il consenso più ampio, come ci è stato ricordato, e va affrontato alla luce di una revisione ideologica di quelle che sono le politiche di bilancio dell’Unione europea.
Da un lato va superato il criterio del cosiddetto «UK rebate», lo sconto inglese, quale quello previsto per il Regno Unito, ed ogni forma di regolamentazione che inserisca eccezioni e deroghe nazionali in una logica di negoziazione; dall’altro bisognerà affermare la necessità di rivedere i meccanismi di predisposizione del bilancio europeo.
Per la prima volta, dietro il dogma del rigore e dell’austerity, la programmazione finanziaria pluriennale europea ha subito una sensibile contrazione, a cui va contrapposta una maggiore flessibilità nell’uso delle risorse. Non è certo perseguendo politiche rigoriste che si rafforza l’Europa. Anzi, come è sotto gli occhi di tutti, è vero il contrario. Con minori risorse e con l’ingessamento delle stesse, come sarà possibile raggiungere gli obiettivi ambiziosi di Europa 2020 ? Come sarà possibile rilanciare gli investimenti produttivi, la ricerca e lottare contro la povertà e la disoccupazione ?
Per questo diventa fondamentale che il Governo, anche grazie al semestre di Presidenza italiana, possa avviare una seria discussione affinché si possano rivedere nella loro interezza gli attuali meccanismi di correzione previsti per alcuni Paesi, affinché si determini una effettiva perequazione delle risorse finanziarie. Occorre invertire la tendenza perché, se è vero che il Consiglio europeo del dicembre scorso ha pure accolto in parte la proposta della Commissione volta a una riforma profonda del sistema di finanziamento, allo stesso tempo ha mantenuto i sistemi di correzione a favore degli Stati membri.
Ma è Signor Presidente, ringrazio il collega sottosegretario Zanetti che  ha fatto le conclusioni rispetto la nostra discussione che, comunque, vorremmo svolgere in quest’Aula, perché è vero che il tema parte dagli accordi di Fontainebleau del Consiglio Europeo del 1984, ma è lo spunto per una riflessione più ampia sulla formazione del bilancio europeo, sulla funzione e la funzionalità stessa dell’Unione, oggi, per come la viviamo e per come sono mutate le condizioni economiche, sociali e culturali nell’arco di questo trentennio. 

Quella che fu un’impuntatura di piedi da parte dell’allora Primo Ministro inglese, Margaret Thatcher, che pretese ed ottenne quello che viene definito come «sconto inglese», fu lo specchio di un’ideologia in salsa europea a far prevalere l’interesse del singolo rispetto a quello comune sulla società, del privato sul pubblico. E appare oggi tanto più anacronistico se rapportato alla capacità, al riconoscimento che vi fu da parte delle istituzioni europee delle argomentazioni britanniche, alla capacità dimostrata di sacrificare parte del proprio interesse particolare per far avanzare un’idea più comune e senz’altro più forte.
È così che si arriva agli accordi che prevedono uno sconto in favore della Gran Bretagna e la concessione di un beneficio originato dall’esigenza di compensare un Paese a scarsa vocazione agricola che, a differenza di Francia e Italia, non usufruiva dei cospicui finanziamenti della nascente politica comune europea. Tutto ciò appare così lontano e diverso, non solo nelle argomentazioni di natura economica, ma anche nella percezione diffusa in termini di opinione pubblica di quella che è l’Unione europea, sia delle rivendicazioni di un singolo Stato, sia della capacità che l’allora Comunità europea, non ancora Unione, seppe dimostrare per far avanzare un’idea più grande e più forte. È così che si arriva agli accordi che prevedono uno sconto in favore della Gran Bretagna e la concessione di un beneficio originato dall’esigenza di compensare un Paese a scarsa vocazione agricola che, a differenza di Francia e Italia, non usufruiva dei cospicui finanziamenti della nascente politica comune europea.

Tutto ciò appare così lontano e diverso, non solo nelle argomentazioni di natura economica, ma anche nella percezione diffusa in termini di opinione pubblica di quella che è l’Unione europea, sia delle rivendicazioni di un singolo Stato, sia della capacità che l’allora Comunità europea, non ancora Unione, seppe dimostrare per far avanzare un’idea più grande e più forte.

Tanto più lontane e certamente anacronistiche, così come sono superate, sono le argomentazioni alla base di quegli accordi, per quanto il vantaggio sia stato riconfermato, per come ci è stato riportato anche nelle parole del sottosegretario. Argomentazioni superate e anacronistiche in un contesto estremamente mutato, caratterizzato da una perdurante crisi economica con i suoi risvolti produttivi, occupazionali e sociali che sono sotto gli occhi di tutti, ma anche in cui le risorse europee destinate alla politica agraria comunitaria che avevano generato gli accordi sono infinitamente ridotte.
Ed è per questo corretto ragionare su questo tema come spunto e più generale, quello della formazione del bilancio dell’Unione, proprio perché far perdurare ingiustificati vantaggi a favore di un solo Paese non fa altro che aumentare gli squilibri tra gli Stati membri, cosa che in un contesto europeo che dovrebbe diventare via via più armonico dovrebbe essere quanto più evitato e reso inaccettabile.
A rivedere e rinegoziare tali meccanismi e criteri diventa oggi una necessità difficilmente procrastinabile in sede europea, e che va fatto con il consenso più ampio, come ci è stato ricordato, e va affrontato alla luce di una revisione ideologica di quelle che sono le politiche di bilancio dell’Unione europea.
Da un lato va superato il criterio del cosiddetto «UK rebate», lo sconto inglese, quale quello previsto per il Regno Unito, ed ogni forma di regolamentazione che inserisca eccezioni e deroghe nazionali in una logica di negoziazione; dall’altro bisognerà affermare la necessità di rivedere i meccanismi di predisposizione del bilancio europeo.
Per la prima volta, dietro il dogma del rigore e dell’austerity, è evidente la programmazione finanziaria pluriennale europea ha subito una sensibile contrazione, a cui va contrapposta una maggiore flessibilità nell’uso delle risorse. Non è certo perseguendo politiche rigoriste che si rafforza l’Europa. Anzi, come è sotto gli occhi di tutti, è vero il contrario. Con minori risorse e con l’ingessamento delle stesse, come sarà possibile raggiungere gli obiettivi ambiziosi di Europa 2020 ? Come sarà possibile rilanciare gli investimenti produttivi, la ricerca e lottare contro la povertà e la disoccupazione ?
Per questo diventa fondamentale che il Governo, anche grazie al semestre di Presidenza italiana, possa avviare una seria discussione affinché si possano rivedere nella loro interezza gli attuali meccanismi di correzione previsti per alcuni Paesi, affinché si determini una effettiva perequazione delle risorse finanziarie. Occorre invertire la tendenza perché, se è vero che il Consiglio europeo del dicembre scorso ha pure accolto in parte la proposta della Commissione volta a una riforma profonda del sistema di finanziamento, allo stesso tempo ha mantenuto i sistemi di correzione a favore degli Stati membri.
Ma è l’intera politica economica dell’Unione che va rivista e ripensata.  Il cosiddetto sconto inglese non ne è che un aspetto. Mutate condizioni meritano strumenti nuovi e non del mero mantenimento di ricette sbagliate o dannose, da un lato, e di posizioni di vero e proprio vantaggio e di privilegio dall’altro. I 300 miliardi di investimenti annunciati da Juncker sono oggi un bell’annuncio: occorre lavorare – ed è questo il compito del Governo in questo semestre – affinché diventino un vera notizia capace di rilanciare crescita e sviluppo.
Il Patto di stabilità torni ad essere veramente il Patto di stabilità, di crescita e non solo quello che ingessa i bilanci dello Stato e come accade, appunto, con il Patto di stabilità interno nel nostro Paese. Occorre rilanciare, quindi, un protagonismo nuovo dell’Italia, che non si può bloccare e rifugiare nel vittimismo dello sbilancio tra quanto versato e quanto ricevuto, perché questo deve fare i conti con una seria analisi di come i fondi europei vengono utilizzati, anche a causa di un’errata programmazione e di eccessiva frammentazione.

Occorre cogliere l’occasione della Presidenza italiana per costruire un’Europa dove ritrovare un nuovo protagonismo italiano e ribaltare complessivamente la logica sbagliata che fino ad oggi ha caratterizzato le politiche europee. Solo così potremo arrivare a un nuovo patto che ponga al centro una vera cittadinanza europea. A questi principi saranno orientati i voti di Libertà e Diritti-Socialisti europei rispetto alle mozioni che andiamo a discutere oggi.

 politica economica dell’Unione che va rivista e ripensata.  Il cosiddetto sconto inglese non ne è che un aspetto. Mutate condizioni meritano strumenti nuovi e non del mero mantenimento di ricette sbagliate o dannose, da un lato, e di posizioni di vero e proprio vantaggio e di privilegio dall’altro. I 300 miliardi di investimenti annunciati da Juncker sono oggi un bell’annuncio: occorre lavorare – ed è questo il compito del Governo in questo semestre – affinché diventino un vera notizia capace di rilanciare crescita e sviluppo.
Il Patto di stabilità torni ad essere veramente il Patto di stabilità, di crescita e non solo quello che ingessa i bilanci dello Stato e come accade, appunto, con il Patto di stabilità interno nel nostro Paese. Occorre rilanciare, quindi, un protagonismo nuovo dell’Italia, che non si può bloccare e rifugiare nel vittimismo dello sbilancio tra quanto versato e quanto ricevuto, perché questo deve fare i conti con una seria analisi di come i fondi europei e la loro frammentazione vengono utilizzati.
Occorre cogliere l’occasione della Presidenza italiana per costruire un’Europa dove ritrovare un nuovo protagonismo italiano e ribaltare complessivamente la logica sbagliata che fino ad oggi ha caratterizzato le politiche europee. Solo così potremo arrivare a un nuovo patto che ponga al centro una vera cittadinanza europea. A questi principi saranno orientati i voti di Libertà e Diritti-Socialisti europei rispetto alle mozioni che andiamo a discutere oggi.

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