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	<title>Fabio Lavagno &#187; Qua e là &#8211; consigli di lettura</title>
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		<title>Non é evocando Weimar che la eviteremo</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2016 09:59:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Lavagno]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Qua e là - consigli di lettura]]></category>
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		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum Costituzionale]]></category>
		<category><![CDATA[Riforma Costituzionale]]></category>

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			<p style="text-align: justify;">Il referendum di domenica 4 dicembre e il suo esito, in particolare, hanno determinato la fine di qualcosa.<span id="more-11251"></span></p>
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<p style="text-align: justify;">Non rappresentano solo la fine di un’esperienza di governo o della legislatura che ha, evidentemente, esaurito gran parte della propria ragione politica. Si è esaurito un intento riformista che ha caratterizzato l’impegno di molti durante un arco di tempo ventennale e che aveva al suo centro il tentativo di modernizzare e di innovare le istituzioni come risposta ai bisogni sociali. I bisogni sociali, però, sono arrivati prima dell’esito e del risultato di quell’intento, complici gli effetti di una crisi, prima negata, poi usata e finalmente affrontata e non ancora arrestata i cui effetti hanno surclassato questo sforzo riformista.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta quindi di vedere e comprendere la fine di una fase. La fine di questa lunga fase della vicenda repubblicana inevitabilmente ne apre un’altra sia in termini storici che politici.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono convinto che questo referendum assumerà presto una funzione simbolica di ampia portata come lo furono i referendum di inizio anni ’90, che inaugurarono una stagione maggioritaria e tendenzialmente bipolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero che assistiamo alla fine di una fase e di certi suoi intenti riformisti, allora è altrettanto vero che sarebbe auspicabile terminassero anche elementi deleteri di questa stagione, primo fra tutti la subalternità della politica alla tecnica e alla burocrazia. Subalternità ricercata come risposta ad un una domanda di frenare la corruzione e l’assenza di moralità, rivelatasi inutile se non deleteria anche in questo senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo guardare al risultato referendario con il miopismo di chi considera solo i numeri assoluti, i 13 milioni contro i 19, e nemmeno di chi si abbandona a scenari evocativi ricercando analogie nei risultati percentuali.</p>
<p style="text-align: justify;">Per una volta dovremmo provare a considerare non solo quanti voti abbiamo preso, ma quali e dove. Non possiamo esimerci da constatare che chi ha raccolto con maggiore ardore la possibilità di cambiamento offerta da questa sfida riformista raccoglie consensi in luoghi e ceti che si sono sentiti più al riparo da una crisi che non è solo economica, ma sociale e molto più marcatamente culturale. La cosa più triste è che questo consenso, se venisse tradotto in consenso elettorale non verrebbe raccolto nemmeno da chi, opponendosi tentativo di cambiamento, occupa uno spazio “preteso di sinistra”. Queste formazioni, anzi, al netto del minoritarismo congenito che le mina dal proprio interno, subiscono ancora più del Partito Democratico la propria limitazione di consenso ad ceto riflessivo, basso, medio o alto che sia.</p>
<p style="text-align: justify;">La fase che si apre è difficilissima ed è caratterizzata da una reale minaccia per le istituzioni e, come si sarebbe detto un tempo, per la tenuta democratica. Questa minaccia è rappresentata dal grillismo e da tutti gli altri movimenti populisti e xenofobi presenti nel nostro panorama nazionale, in questo non dissimile, per una volta, dal contesto europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo è evidente che non prenderemo un solo voto in più continuando a denunciare quale pericolo rappresentino queste forze. Aumenteremo il nostro consenso solo risultando efficaci nelle proposte rispetto alla loro volgarità e rappresentazione anche estetica di un disagio a cui non offrono risposta né rappresentanza, ma una inutile auto-rappresentazione indulgente.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è evocando Weimar, per quanto il pericolo sia quanto mai reale e drammaticamente ravvicinato, che eviteremo Weimar. Questo grido resterà inascoltato e un redivivo spirito proporzionalista non ci aiuterà in alcun modo, in questo senso. Eviteremo Weimar solo se ne saremo capaci davvero.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ tempo, che in questa nuova fase la politica esca dalla subalternità alla burocrazia e alla tecnica in cui si è cacciata, o è stata cacciata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il protagonismo della politica, come luogo di programmazione ed azione, deve tornare altrimenti non vi sarà più politica. Serietà e capacità dei propri gruppi dirigenti, non scelti solo come destinatari di consenso, sono l’anticorpo per non soccombere alla soverchiante preponderanza delle macchine burocratiche, locali o nazionali. Solo così chi ricopre figure istituzionali potrà non doversi quasi scusare dei propri incarichi perché risiederà nella propria efficacia d’azione la natura stessa del proprio rispetto. Non più la percezione di essere “ceto politico”, ma semplice e primigenia rappresentanza delle istituzioni per poter essere giudicati in base alle proprie azioni e non denigrati per il proprio stesso incarico.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta, in primo luogo, di un’operazione culturale che deve investire tutti e in tempi che probabilmente non saranno brevi.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un ritorno al passato questa nuova fase? Per alcuni di quelli che l’hanno volutamente determinata certamente si. Sono tuttavia convinto che vivere questa nuova fase guardando al passato non servirà di certo ad affrontarla ma quasi sicuramente a soccombervi.</p>
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		<title>La scomparsa dei post-comunisti</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 16:26:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Lavagno]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Qua e là - consigli di lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Lavagno]]></category>
		<category><![CDATA[La scomparsa dei post-comunisti]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Serra]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra Ecologia Libertà]]></category>

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			<p style="text-align: justify;"><strong>Di Michele Serra</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A parziale consolazione di quei milioni di elettori di sinistra che si sentono tagliati fuori dalla scena politica (no, non avevano votato per fare un governo con Berlusconi), va detto che una sorte analoga è toccata alla classe dirigente della sinistra storica quasi al completo. Il &#8220;quasi&#8221; è dovuto all&#8217;autorevolissima eccezione di Giorgio Napolitano, riconfermato al Collee primo artefice del nuovo governo. Meritato coronamento della vocazione governativa e lealista della destra comunista, da sempre capace di interpretare, nella lunga storia repubblicana, il punto di vista dello Stato ben più di quello della società, dei movimenti, degli umori popolari.Di tutto il resto &#8211; quel cospicuo resto che è la sinistra di Berlinguer e di Occhetto, della Bolognina e della &#8220;svolta maggioritaria&#8221; di Veltroni al Lingotto, dell&#8217;Ulivo, dei sindacati e dei movimenti di massa, dei due milioni di persone con Cofferati al Circo Massimo, dei cortei infiniti e delle infinite attese di &#8220;cambiamento&#8221; &#8211; non rimane, nel consociativismo lettiano, alcuna presenza riconoscibile e significativa.</p>
<p><span id="more-5442"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Almeno in questo senso il principio di rappresentatività è rispettato: eletti ed elettori di quel grande ceppo fondante del Pd che fu la diaspora comunista non fanno parte del governo Letta.</p>
<p style="text-align: justify;">Non un solo leader della generazione di mezzo (i D&#8217;Alema, i Veltroni, i Bersani) è direttamente partecipe di una compagine che pure pretende di reggersi su tante gambe quante sono quelle all&#8217;altezza dell&#8217;emergenza politica, e dunque della responsabilità istituzionale. Domina la componente popolare e cristiano sociale; e nei pochi casi (vedi le neoministre Kyenge e Idem) in cui la sinistra italiana può riconoscere almeno qualcuna delle proprie migliori aspirazioni, non si tratta di dirigenti politiche ma di una sorta di evidenza sociale che bypassa il partito: è il partito che le porta in spalla, ma sono loro a salutare la folla.</p>
<p style="text-align: justify;">A meno che, in questo scomparire di una intera generazione di capi politici della sinistra, ci sia un sottile calcolo (&#8220;meglio, in questa fase, farsi notare il meno possibile&#8221;), se ne deve dedurre un fallimento epocale. Quello di una classe dirigente logorata dal tatticismo e sfibrata dalle rivalità interne; e di un modello di partito così poco permeabile alla società che, evidentemente, non ha potuto selezionare i propri uomini e le proprie donne nel vivo dei conflitti, e si è illuso di potere coltivare in vitro, nel chiuso dei propri ruoli di competenza, una élite che invecchiava, perdeva mordente, perdeva sguardo su una società che guardava a sua volta altrove.</p>

		</div> 
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			<p style="text-align: justify;">In una recente intervista al &#8220;Manifesto&#8221; di Stefano Rodotà, al netto delle opinioni che si possono avere sulla persona e sul tentativo politico di portarlo al Colle, ci si riferiva a un episodio che fotografa con assoluta spietatezza la crisi strutturale della sinistra italiana, e del Pd in particolare. Subito dopo la clamorosa e inattesa vittoria nei cinque referendum del 2011 sull&#8217;acqua pubblica e altro (quorum ottenuto, dopo molti anni, grazie all&#8217;auto-organizzazione sul territorio), Rodotà racconta di avere inutilmente sollecitato un incontro tra i Comitati vittoriosi (con i quali aveva lavorato) e i dirigenti del Pd. Quell&#8217;incontro non ebbe luogo, forse non interessava o forse nel Pd c&#8217;erano cose più urgenti da fare. Fatto sta che, con il senno di poi, possiamo ben dire che in quel caso la sinistra perdente (quella degli apparati) perse l&#8217;occasione di confrontarsi con la sinistra vincente, quella auto-organizzata, vivace, attiva che ebbe tante parte, tra l&#8217;altro, anche nella vittoria di Pisapia a Milano e nella caduta del centrodestra in molte città italiane. Perché quell&#8217;episodio è amaramente simbolico? Perché da molti anni &#8211; diciamo, per comodità, dalla Bolognina a oggi: e sono più di vent&#8217;anni &#8211; ogni tentativo di osmosi tra la sinistra-partito e la sinistra-popolo ha cozzato una, dieci, cento, mille volte contro finestre e porte chiuse.</p>
<p style="text-align: justify;">La domanda è semplice, ed è tutt&#8217;altro che &#8220;populista&#8221;, riguardando, al contrario, il tema cruciale della formazione di una élite: quanti potenziali leader, quanti quadri politici appassionati, quante nuove idee, quanta innovazione, quanta energia è stata perduta dalla sinistra italiana a causa, soprattutto, della sua incapacità di fare interagire le sue strutture politiche e il suo popolo, i dirigenti e i cittadini? Quante di quelle energie sono confluite nelle Cinque Stelle, portandosi dietro altrettanti voti? Quanto alto è stato il costo politico di un partito che per timore di perdere &#8220;centralità&#8221; ha perduto realtà, e infine ha perduto competenze, autorevolezza, e con l&#8217;autorevolezza il senso stesso della missione di qualunque vera avanguardia politica? Infine e soprattutto: per quanti anni ancora varrà, a sinistra, il pregiudizio contro il &#8220;radicalismo minoritario&#8221; (sono state queste, più o meno, le ragioni addotte da alcuni per spiegare il loro no a Rodotà), quando le sole vittorie recenti, dall&#8217;acqua pubblica alle amministrative, sono il frutto evidente di scelte radicali, e non per questo meno popolari, e infine maggioritarie? Chi è più snob &#8211; per usare un termine tanto di moda &#8211; Rodotà che lavora con i Comitati per l&#8217;acqua e vince il referendumo un partito così castale, così impaurito da rinserrarsi a litigare, per anni, nel chiuso delle proprie stanze?</p>

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		<title>L&#8217;Italia che vorrei</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Feb 2013 15:59:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Lavagno]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Qua e là - consigli di lettura]]></category>
		<category><![CDATA[SEL: c'è un'Italia migliore]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michela Palladino L&#8217;Italia che vorrei è quella dove la cultura non si vende e non si compra. Si fa e si progetta nel tempo per renderci migliori. L&#8217;Italia che vorrei è quella dove un uomo ha diritto di essere curato senza aspettare. Dove un uomo può essere operato senza bisogno di trasferimenti in una [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Michela Palladino</strong></p>
<p>L&#8217;Italia che vorrei è quella dove la cultura non si vende e non si compra. Si fa e si progetta nel tempo per renderci migliori.</p>
<p>L&#8217;Italia che vorrei è quella dove un uomo ha diritto di essere curato senza aspettare. Dove un uomo può essere operato senza bisogno di trasferimenti in una struttura privata. <span id="more-5132"></span>Dove quello stesso uomo può ricevere assistenza senza bisogno di aspettare che gli approvino un finanziamento per un servizio a cui ha diritto.</p>
<p>L&#8217;Italia che vorrei non è fatta di promesse un mese ogni 5 anni.</p>
<p>L&#8217;Italia che vorrei è fatta di concretezza. Non di avvenimenti da cronaca nera.</p>
<p>Nell&#8217;Italia in cui vivo, invece, i piccoli imprenditori si tolgono la vita perché vessati dal fisco.</p>
<p>Nell&#8217;Italia in cui vivo introducono tasse nuove ogni giorno, dando la colpa alle amministrazioni precedenti.</p>
<p>Nell&#8217;Italia in cui vivo gli studenti copiano i compiti in classe usando lo smartphone chiedendo un abbassamento del livello dei programmi scolastici.</p>
<p>Nell&#8217;Italia in cui vivo gli ospedali chiudono perché reputati non indispensabili.</p>
<p>L&#8217;Italia che vivo, e che voglio vivere da oggi in avanti, è stanca, esausta.</p>
<p>è composta, però, da persone che non si arrendono, che non credono più a chi ha deluso troppe volte e che hanno una indicibile voglia di cambiamento.</p>
<p>E io voglio farne parte.</p>
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		<title>Vendola: «Elsa ministro?  Forse Bersani fa umorismo nero»</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Nov 2012 13:19:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Lavagno]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[SEL: c'è un'Italia migliore]]></category>
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		<description><![CDATA[di Luca Telese Sta correndo da una parte all’altra della Liguria macinando comizi a raffica, fino a sei al giorno. Ha la voce rauca, la tosse che ogni tanto gli spezza il fiato, eppure – paraddossalmente – è contento: «Attenti a credere ai sondaggi, sono dieci campagne elettorali che regalo sorprese e delusioni a chi scommette [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Luca Telese</strong></p>
<p>Sta correndo da una parte all’altra della Liguria macinando comizi a raffica, fino a sei al giorno. Ha la voce rauca, la tosse che ogni tanto gli spezza il fiato, eppure – paraddossalmente – è contento: <em>«Attenti a credere ai sondaggi, sono dieci campagne elettorali che regalo sorprese <span id="more-4765"></span>e delusioni a chi scommette contro di me!»</em>.<!--more--></p>
<p>Cerchi Nichi Vendola per chiedergli cosa pensi di una delle giornate politiche più complesse, e subito l’intervista parte con una raffica di battute politicamente scorrette: <em>«Questa uscita sulla Fornero ministro, non posso pensare che sia vera»</em>. Pausa. <em>«È vera».</em> Sospiro: «<em>E allora posso solo immaginare che sia una sortita frutto di un qualche humour nero. Che sia un brutto scherzo, soprattutto in bocca a un leader che vuole ricostruire il centrosinistra»</em>.</p>
<p>Non è uno scherzo, e il leader lo sa. E allora, dopo un altro sospiro Vendola scuote la testa: <em>«Il Pd è sottoposto a pressioni di ogni genere. L’unico modo per garantire la sinistra di cambiamento è che alle primarie la sinistra giochi per vincere».</em> Gli chiedo quanto prenderà. E lui: <em>«Più di Renzi. Che riscuote grandi consensi a destra, meno a sinistra».</em></p>
<p><strong>Vendola, perché batti su questo punto come se fosse irrinunciabile? Tattica per le primarie?</strong><br />
Al contrario. È un paradigma. Se stiamo dicendo – e lo dice anche Bersani nella dichiarazione di intenti – che dobbiamo archiviare l’agenda Monti, che messaggio diamo al nostro popolo dicendo che la Fornero è un possibile ministro di questo governo?</p>
<p><strong>Credi che la Fornero sia un simbolo?</strong><br />
Se ci sono due ministri largamente più impopolari, fra quelli di questo governo credo che la Fornero batta persino Passera.</p>
<p><strong>Hai il dente avvelenato con entrambi?<br />
</strong>Io credo che loro due incarnino al meglio il peggio dello spirito tecno-liberista di questo governo.</p>
<p><strong>Come valuti questa indicazione di Bersani?</strong><br />
(Pausa)È una china pericolosa. Bisogna dare segnali opposti.</p>
<p><strong>Perché questo messaggio?</strong><br />
Non lo so. So che io, in questa campagna per le primarie, sto chiedendo un voto per l’agenda della sinistra, per il polo del cambiamento. Mentre i tecnici, anche oggi, ci fanno sapere che potrebbero tagliare nella scuola, aumentando senza corrispettivo le ore di lavoro degli insegnanti, e i fondi per i malati. È gravissimo. Il nostro popolo queste cose non le può accettare.</p>
<p><strong>Perché uno dovrebbe votare Vendola?</strong><br />
Perché ci serve una terapia d’urto immediata. Perché bisogna sbloccare l’economia id questo paese subito con investimenti e sviluppo. Che tagli le tasse, procurano depressione e imprenditori e cittadini lo hanno già imparato in questo anno di crisi.</p>
<p><strong>La Fornero in un governo Bersani farebbe la stessa politica?</strong><br />
Io credo proprio di sì. È la personalità più estrmeista di questo governo. È la donna che ha legato la sua immagine alla vicenda drammatica degli esodati, con epiteti e battute di pessimo gusto. È quella che ha impresso un segno regressivo alla riforma previdenziale. È il ministro che ha fatto una bandiera del moralismo fuori luogo contro le generazioni più giovani.</p>
<p><strong>Le scappano o sono un codice comunicativo?</strong><br />
Io credo che siano la rappresentazione di quello che pensa. Alla Fornero le generazioni della precarietà che combattono nel mondo del lavoro con questa angoscia esistenziale addosso sembrano davvero una armata di schizzinosi che non sappia cosa sia la fatica.</p>
<p><strong>Ripeto, perché uno dovrebbe votare Vendola? Che differenza c’è con la sinistra delle belle utopie?</strong><br />
Noi siamo una sinistra che confronta sulla sfida del governo e su quella del cambiamento. Noi siamo molto più realisti di questo governo che sull’Ilva non è stato in grado di dare una risposta chiara.</p>
<p><strong>Parli di nuovo di Passera?</strong><br />
L’Ilva è una vicenda emblematica, ma non è la sola su cui questo governo tace. Sono stato in Sardegna, nel Sulcis dove è stata spenta l’Alcoa. A Porto Torres, dove è stata spenta la Vinyls. Ho passato l’estate correndo su e giù per Taranto, dove il governo non si riesce a imporre a questa azienda la modernizzazione che una intera città esige. Noi saremmo gli utopisti e loro i pragmatici?</p>
<p><strong>Voi avete delle risposte?</strong><br />
Se non vogliamo che questo paese rimanga una palude dove gli imprenditori non vedono la luce, e gli operai vengono ricattati perché rinuncino ai diritti, bisogna investire. Esempio. Sono stato in Germania dove l’Ambientalizzione degli apparati industriali è stata fatta 40 anni fa, e mai interrotta. Lì questo mercato è un business. Io credevo che i tecnici queste cose le avessero chiare, magari con risposte diverse dalle mie.</p>
<p><strong>E invece?</strong><br />
Invece non danno nessuna risposta: si chiude con l’acciaio, si chiude con la plastica, si chiude con l’alluminio. Si chiude con l’auto!</p>
<p><strong>Stai attaccando Marchionne.</strong><br />
Non sono uno di quei politici che cercano popolarità inseguendo il vento. Io sono andato davanti a Pomigliano tre anni a fa. E sono andato davanti a Mirafiori a sostenere gli operai quando c’era il referendum sul contratto. Non parlo ora per improvvisare, ma perché da tre anni, quando altri si sbracciavano con Marchionne senza se e senza ma, ponevamo il problema del salvataggio dell’auto.<br />
<strong>Stai attaccando Renzi, senza nominarlo</strong>.<br />
No, lo nomino, eccome. Non era solo. Ma non dimentichiamoci che Obama ha vinto prestando i soldi a Marchionne perché salvasse l’auto, e imponendogli obiettivi rigorosi, mentre qui molti dirigenti della sinistra lo applaudivano quando lui si rifiutava di rivelare i suoi piani.</p>
<p><strong>Parliamo di Renzi. Molti dicono: è più nuovo di Vendola. Da giorni dice che devi dire tu se Sel è in coalizione o no.</strong><br />
Sia io che lui abbiamo firmato una carta di intenti e di valori che è alle base della nostra una alleanza. Io la sto rispettando. Lui non lo so.</p>
<p><strong>Rispettarla per te cosa significa?</strong><br />
Essere fedele ai valori di chi ci sostiene, e non omaggiare i poteri di chi combatte contro i diritti dei lavoratori.</p>
<p><strong>Vuoi ritagliarti una nicchia per la sinistra radicale?</strong><br />
Voglio lavorare con chi ci sarà ricostruire il fascino del centrosinistra di governo contro le sirene dell’antipolitica e i ruderi del centrodestra che ha demolito il paese.</p>
<p><strong>E cosa porti in più?</strong><br />
Dobbiamo raccogliere il vento del cambiamento di Hollande, che tranquillizza i mercati, ma non rinuncia ad abbassare l’età pensionabile per chi ha lavorato, a invetistre nella scuola, ad allargare i diritti sociali per chi è escluso e a investire nello sviluppo.</p>
<p><strong>Non mi hai risposto ancora sulla novità di Renzi.</strong><br />
Il caso Marchionne ha spiegato che novità molto spesso non è, visto che oggi dice «ci ha ingannato», dopo averlo osannato.</p>
<p><strong>E a parte la Fiat?</strong><br />
Vedo che è molto abile nella produzione delle battute.</p>
<p><strong>Non essere riduttivo.<br />
</strong>Davvero. È abilissimo a cavalacare il giocattolo mediatico. Vedo un incrocio interessante, il lui, fra lo stile del Gianburrasca e l’autocelebrazione del moderatismo.</p>
<p><strong>A Bersani rimproveri la nomination della Fornero, e a lui?</strong><br />
Non si è accorto che il Berlusconismo è finito, non è ancora uscito dalla seconda repubblica. Se piace tanto a destra un motivo c’è.</p>
<p><strong>Anche tu in Puglia hai preso voti di ex An.</strong><br />
Però c’è una bella differenza fra il prendere i voti dei delusi di destra cosa auspicabile, e l’inseguire quello di chi a destra milita, senza pentimenti.</p>
<p><strong>Fai il dietrologo?</strong><br />
(Ride) Io non guardo chi c’è dietro al palco di Renzi. Io guardo chi c’è davanti, e spesso sono quelli che non mi piacciono.</p>
<p><strong>Chi sono?</strong><br />
Spesso le terze file dell’apparato politico del centrodestra. Non mi piace che la destra pensi di poter giocare la sua partita nella nostra coalizione.</p>
<p><strong>Ma tu sei leale alla coalizione anche se vince lui?</strong><br />
Io ho un vincolo morale e politico con i soggetti ideali che vogliamo rapresentare.</p>
<p><strong>Sulla legge elettorale che partita si gioca?</strong><br />
Uno spettacolo tristissimo. Vedo che tutti i protagonisti del porcellum si sono riuniti per cucinare un super-porcellum.</p>
<p><strong>Con che obiettivo?</strong><br />
Lega, Udc e Pdl puntano solo a garantire la propria convenzienza elettorale.</p>
<p><strong>E Grillo?</strong><br />
La retorica antipartito e il suo lessico violento sono vendute come una novità, e sono invece le ricette pià antiche della destra di inizio secolo. E’ una miscela esplosiva. L’unica risposta è il novo centrosinistra.</p>
<p>fonte: <a href="http://pubblicogiornale.it/politica/nichi-vendola-fornero-bersani-umorismo-nero/">Pubblico 10 novembre 2012</a></p>
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		<title>Le riforme istituzionali a colpi di decreto</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Nov 2012 10:58:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ di Elettra Deiana, Carlo Leoni, Claudio De Fiores, Valerio De Nardo Il riordino delle province varato dal governo dei tecnici è il risultato degli anni di colpevole inerzia di una politica incapace a compiere indifferibili riforme amministrative e istituzionali. Ma tali riforme, quando toccano l’assetto delle autonomie e le forme della rappresentanza democratica, non possono [&#8230;]]]></description>
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<p><strong> di Elettra Deiana, Carlo Leoni, Claudio De Fiores, Valerio De Nardo</strong></p>
<p>Il riordino delle province varato dal governo dei tecnici è il risultato degli anni di colpevole inerzia di una politica incapace a compiere indifferibili riforme amministrative e istituzionali. Ma tali riforme, quando toccano l’assetto delle autonomie e le forme della rappresentanza democratica, non possono essere fatte <span id="more-4760"></span>sotto dettatura degli Stella e Rizzo di turno, <!--more-->né attrezzate con calcolatrice, cartina geografica e pennarello, né soprattutto attuate a colpi di decreti legge, oltre ogni limite di legittimità costituzionale. Difatti, se costituisce un caso straordinario di necessità e urgenza accorpare un po’ di province, lo diviene poi qualunque cosa.</p>
<p>Ma, si dirà, quello sul riordino delle province è un provvedimento che serve a tagliare le spese, a risparmiare soldi pubblici. Eppure il governo cifre non ne fa e, in ogni caso, risultati significativi in termini di risparmi non verranno prima del 2014. Quelli più rilevanti, peraltro, si dovrebbero produrre soprattutto con il conseguente e successivo riordino degli uffici periferici dello Stato, che è ancora di là da venire.</p>
<p>Un po’ di imbarazzo, in effetti, l’esecutivo e i suoi più alti mentori lo avevano evidentemente provato, quando nel decreto-legge 95/2012 (enfaticamente definito spending review, nei fatti un decretone omnibus di tagli alla spesa pubblica) avevano previsto che il riassetto delle province sarebbe avvenuto con “atto legislativo di iniziativa governativa”. La decenza istituzionale imponeva insomma di non dire ad agosto che ad ottobre sarebbe stato adottato un altro decreto legge, nello spirito del si fa, ma non si dice.</p>
<p>Eppure all’abuso della decretazione d’urgenza, avallato dalle più autorevoli controfirme, non paiono oggi esserci più limiti. E’ evidente che questo governo e l’impotente maggioranza che lo sostiene considerano le regole un impaccio, subordinando il dato costituzionale al diktat dei vincoli comunitari di bilancio. La lettera agostana dei banchieri centrali dispiega ancora i suoi effetti nei termini ricattatori dell’emergenza finanziaria, legittimando un perenne stato di eccezione che consente di mettere mano impunemente all’architettura istituzionale del nostro Paese.</p>
<p>Sia chiaro, è bene ribadirlo: nel merito va svolta un’opera critica (ed anche autocritica) sull’evoluzione degli assetti regionali e delle autonomie locali, dopo più di dieci anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione. E le ragioni sono più che evidenti: i luoghi e le forme della rappresentanza sono oggi in evidente affanno, la capacità di intervento delle istituzioni politiche nella società si restringe sempre di più, l’universalità dei diritti rischia di rivelarsi un concetto astratto. Di qui l’esigenza di rilanciare su basi nuove il parlamentarismo, superando il bicameralismo perfetto con la creazione di una Camera delle Regioni.</p>
<p>L’opportuna revisione costituzionale dei poteri delle regioni e delle autonomie locali, non può infatti avvenire assecondando le incalzanti spinte alla verticalizzazione del potere ed al restringimento del pluralismo, violando in tal modo lo spirito e la lettera dei principi fondamentali della Repubblica. Facciamo in modo che la riforma di cui oggi si discute possa essere l’occasione per rilanciare la democrazia, la partecipazione, la trasparenza e non per fare dell’amministrazione dello Stato, delle regioni e delle autonomie locali i luoghi dell’applicazione tecnica e del recepimento passivo di scelte compiute altrove.</p>
</div>
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		<title>Hollande: “Credo in un’Europa che avanzi a più velocità”</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Oct 2012 12:23:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Lavagno]]></dc:creator>
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			<p style="text-align: justify;"><em>Intervista a cura di <strong>Alberto Mattioli</strong> (La Stampa), <strong>Sylvie Kauffmann</strong> (Le Monde),<strong> Angelique Chrisafis</strong> (The Guardian), <strong>Berna Gonzalez Harbour</strong> (El País), <strong>Jaroslaw Kurski</strong> (Gazeta Wyborcza) e <strong>Stefan Ulrich</strong> (Süddeutsche Zeitung) <img title="More..." alt="" src="http://www.fabiolavagno.it/blog/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" /></em></p>
<p style="text-align: justify;">In fondo al tunnel della crisi si comincia a vedere la luce. Tanto che forse, dopo l’euro, ci si potrà finalmente occupare dell’Europa. Alla vigilia dell’ennesimo vertice «decisivo» a Bruxelles, François Hollande spiega a sei quotidiani, per la prima volta, la sua visione e i suoi progetti per l’Europa. L’intervista si svolge in un salone dell’Eliseo. Il Presidente della Repubblica francese è rilassato, cordiale e di buon umore. E, soprattutto, molto chiaro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Signor Presidente, l’Unione europea ha appena ottenuto il Nobel per la Pace, che dà a tutti una responsabilità in più. Come salverete l’euro e l’Europa?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«L’attribuzione del Nobel alla Ue è, insieme, un omaggio al passato e un appello per il futuro. L’omaggio è per i padri fondatori dell’Europa, capaci di fare la pace all’indomani di un massacro. L’appello è per i governanti dell’Europa di oggi, perché siano coscienti che uno scatto è indispensabile. Sull’uscita dalla crisi della zona euro, siamo vicini, molto vicini, perché abbiamo preso le decisioni giuste al vertice del 28 e 29 giugno e le applicheremo il più rapidamente possibile. Prima, regolando definitivamente la situazione della Grecia, che ha fatto tanti sforzi e che deve ormai essere sicura di restare nell’eurozona. Poi, rispondendo alle esigenze dei Paesi che hanno fatto le riforme attese e che devono potersi finanziare a tassi ragionevoli. Infine, realizzando l’unione bancaria. Voglio che queste questioni siano risolte da qui alla fine dell’anno. Allora potremo iniziare a cambiare i nostri sistemi di decisione e approfondire l’unione. Sarà il grande cantiere di inizio 2013».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Appunto: i Paesi che hanno fatto degli sforzi, con sacrifici pesanti per la popolazione, non vedono miglioramenti. Quanto tempo pensa possano resistere?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Dalla mia elezione ho fatto in modo che l’Europa si dia come priorità la crescita, senza rimettere in discussione la serietà dei bilanci, resa indispensabile dalla crisi del debito pubblico. La mia convinzione è che, se non diamo un nuovo slancio all’economia europea, le misure di disciplina, peraltro auspicabili, non avranno dei risultati pratici. Il ritorno della crescita suppone che si muovano dei finanziamenti su scala europea, ed è il patto che abbiamo adottato in giugno, ma anche si migliori la nostra competitività e si coordinino le nostre politiche economiche. I Paesi che sono in attivo devono stimolare la loro domanda interna con un aumento dei salari e una riduzione delle tasse, è la miglior espressione della loro solidarietà. Nell’interesse di tutti, non è possibile infliggere una condanna a vita a Paesi che hanno già fatto dei sacrifici considerevoli. Oggi la recessione ci minaccia quanto il deficit!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come pensa di superare il fossato fra i partigiani dell’austerità e quelli della crescita?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«È compito della Francia realizzare questo compromesso, per cambiare di prospettiva. Due leve mi sembrano indispensabili. La prima è la fiducia. Prima usciremo dalla crisi della zona euro e prima gli investitori torneranno. Disponiamo di tutti i mezzi per agire: Meccanismo europeo di stabilità, regole d’intervento della Banca centrale europea. Allora usiamoli. La seconda leva è dare coerenza alla politica economica europea. Abbiamo definito un patto per la crescita, facciamolo partire. Ci sono 120 miliardi di euro. Alcuni diranno: è troppo poco. Ma ciò che conta è che siano spesi presto e bene. Il budget europeo è anche uno strumento per stimolare l’economia, in particolare attraverso i fondi strutturali. Propongo di fare di più, mobilitando delle risorse supplementari. La tassa sulle transazioni finanziarie sarà l’oggetto di una cooperazione rinforzata. Undici Paesi si sono detti d’accordo. Auspico che il suo gettito sia destinato per una parte a dei progetti di investimento e per un’altra a un fondo di formazione per i giovani. È compito della Francia convincere i nostri partner che l’austerità non è una fatalità».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span id="more-4716"></span></strong></p>

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			<p style="text-align: justify;"><strong style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Lei dice che siamo vicini all’uscita dalla crisi. Ma per dare motivazioni ai cittadini dell’Europa, che idea di Europa sostiene? Un’Europa federale o un’Europa delle nazioni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Il dibattito non è più quello dei primi Anni 60, l’Europa delle patrie o l’Europa federale&#8230; Allora i Paesi erano sei, poi sono diventati otto, poi dodici, adesso siamo 27 e presto 28 con la Croazia. Cambiando di dimensione, l’Europa ha cambiato modello. La mia proposta è un’Europa che avanza a più velocità, per cerchi differenti. Si possono chiamare “avanguardia”, “Stati precursori”, “nocciolo duro”, poco importano i nomi, è l’idea che conta. Abbiamo una zona euro che ha un patrimonio, la moneta unica, e richiede un nuovo governo. Questa zona euro deve prendere una dimensione politica. Sono favorevole a che l’Eurogruppo, che riunisce i ministri delle Finanze, sia rinforzato e che il suo presidente si veda affidare un mandato chiaro e sufficientemente lungo. Sono anche favorevole a una riunione mensile dei Capi di Stato e di governo di questa zona. Facciamola finita con questi vertici cosiddetti “dell’ultima spiaggia”, queste riunioni “storiche”, questi appuntamenti eccezionali. E che nel passato non hanno ottenuto che dei successi effimeri. I mercati sono aperti tutti i giorni. L’Europa non può più essere in ritardo. Questa organizzazione non escluderà gli altri Paesi. Chi vuole entrare nella zona euro sarà associato ai nostri dibattiti. Certi Paesi non lo vogliono: è la loro scelta. Ma perché ci devono venire a dire come dev’essere diretta la zona euro? È una pretesa che capisco, ma che non mi sembra coerente».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per un’Europa più integrata con l’unione politica, forse anche con una politica di difesa, non ci vorrebbe un nuovo Trattato Costituzionale sottoposto a referendum?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Credo di ricordarmi che nel 2005 abbiamo provato questa formula e che non ha dato i risultati sperati! Prima di lanciarsi in una meccanica istituzionale, gli europei devono decidere che cosa vogliono fare insieme. Il contenuto viene prima del quadro. La sfida istituzionale è spesso evocata per non fare delle scelte. Non mi è sfuggito che i più pronti a parlare di unione politica sono spesso stati i più reticenti a prendere le decisioni che la renderebbero inevitabile».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Allude ai tedeschi?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«No, a nessuno in particolare. Più volte, in passato, i tedeschi hanno sinceramente fatto delle proposte sull’unione politica, che non sono state colte. La Francia sostiene l’”integrazione solidale”: ogni volta che facciamo un passo verso la solidarietà, l’unione deve progredire. Così l’unione bancaria che porta a una supervisione di cui la Bce sarà l’organo, e che permetterà la soluzione delle crisi con la ricapitalizzazione delle banche, è una competenza molto importante. Questa solidarietà non potrà funzionare senza controllo democratico: l’unione bancaria che serve a controllare la finanza sarà una tappa importante dell’integrazione europea».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è la capacità della Francia di convincere la Germania e i Paesi reticenti ad andare avanti su questa strada?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Abbiamo preso delle decisioni insieme al Consiglio europeo di giugno. Esse hanno avuto incontestabilmente delle conseguenze favorevoli: la calma è tornata sui mercati. La Bce ha contribuito chiarendo i suoi metodi di intervento. Dunque, la mia posizione è semplice: tutto il Consiglio europeo del 28 giugno, niente altro che il Consiglio europeo del 28 giugno, ma applicato il più rapidamente possibile. L’obiettivo è di regolare tutto da qui alla fine dell’anno. Oggi più nessuno pensa che l’euro sparirà o che la zona euro si spaccherà. Ma la prospettiva della sua integrità non basta. Ora, dobbiamo uscire dalla crisi economica».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dunque, l’unione politica non è per adesso.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«L’unione politica è la tappa che seguirà l’unione di bilancio, l’unione bancaria e l’unione sociale. Darà un quadro democratico a quanto saremo riusciti a realizzare dell’integrazione solidale».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>

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			<p style="text-align: justify;"><strong style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Per quando la vede?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Dopo le elezioni europee del 2014. L’avvenire dell’Unione sarà la sfida di questa consultazione. È la condizione per mobilitare i popoli e alzare il tasso di partecipazione intorno a un vero dibattito, quello dell’avvenire stesso dell’Europa».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Molte voci si levano contro l’obbiettivo del deficit ridotto al 3% del Pil. È possibile un accordo europeo per rinviarlo di un anno?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«I Paesi non sono tutti nella stessa situazione. E molto dipenderà dalle nostre scelte su disciplina di bilancio e crescita. Questa discussione si farà nel 2013, su iniziativa della Commissione. L’obbiettivo è anche armonizzare i tassi d’interesse nella zona euro. Non è ammissibile che, nello stesso spazio monetario, ci siano Paesi che si finanziano all’1% a dieci anni e altri al 7%!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La sua elezione ha creato attese enormi. Cosa direbbe a un greco disoccupato che non ha i soldi per curarsi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Che farò di tutto perché la Grecia resti nella zona euro e disponga delle risorse indispensabili da qui alla fine dell’anno senza che sia necessario infliggerle delle nuove condizioni rispetto a quelle accettate dal governo Samaras. Ma mi rivolgo anche agli spagnoli e ai portoghesi: è venuto il tempo di offrire una prospettiva al di là dell’austerità. La Spagna deve poter conoscere le condizioni precise per accedere ai finanziamenti previsti il 28 giugno. E non ha senso aggravarle. La Francia è il tramite fra l’Europa del Nord e quella del Sud. Io rifiuto la divisione. Se l’Europa si è riunificata non è per cadere nell’egoismo e nel ciascuno per sé».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È anche quel che dice ad Angela Merkel?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Lo sa perfettamente. È il senso del suo viaggio ad Atene».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In un’Europa a più velocità, che posto occuperà l’asse Parigi-Berlino? È il primo cerchio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«È la coppia che permette l’accelerazione. E che, quindi, può anche essere un freno se non è in fase. Da qui la necessità della coerenza franco-tedesca. Abbiamo un dovere d’unione che esige un senso elevato dell’interesse europeo e, dunque, del compromesso. Penso che questa relazione non debba essere esclusiva. L’Europa non si decide a due. L’amicizia franco-tedesca deve aggregare, associare, riunire. Faccio attenzione a non contrapporre i pretesi “grandi” o i supposti “piccoli” Paesi, né i Paesi fondatori ai nuovi aderenti. L’Europa ha bisogno di tutti. Le istituzioni comunitarie, Commissione e Parlamento, devono assolvere pienamente il loro ruolo. L’Europa richiede anche un’ambizione. È la visione storicamente affidata alla Francia e alla Germania. Se siamo stati capaci di unirci, noi, allora possiamo riuscire a farlo tutti!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è la maggior minaccia che pesa oggi sull’Europa?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Di non essere più amata. Di essere vista nel caso migliore come un austero sportello di banca e nel peggiore come un riformatorio. E tuttavia l’Europa resta la più bella avventura per il nostro continente. È la prima potenza economica del mondo, uno spazio politico di riferimento, un modello sociale e culturale. Merita un sussulto per rinnovare la speranza».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il peggio è passato?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Il peggio, vale a dire la paura dell’esplosione della zona euro, sì, è passato. Ma il meglio non è ancora lì. Dobbiamo costruirlo noi».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.lastampa.it/2012/10/18/esteri/speciali/europa-2/interviste/hollande-credo-in-un-europa-che-avanzi-a-piu-velocita-pMgWsB6x2y3t19fqVXp1CM/pagina.html">fonte La Stampa 18 ottobre 2012</a></p>

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		<title>Chi vuole il Monti-bis 20 anni fa sosteneva Berlusconi</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Oct 2012 10:07:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Lavagno]]></dc:creator>
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			<p style="text-align: justify;">Schulz:  «Chi pensa che l&#8217;Italia dovrà ancora essere guidata dai tecnici, vent&#8217;anni fa sosteneva che al governo ci voleva un imprenditore».<img title="More..." alt="" src="http://www.fabiolavagno.it/blog/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di Marco Mongiello</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«I discorsi di chi sostiene che l&#8217;Italia deve essere guidata dai tecnici e non dai politici sono gli stessi di chi vent&#8217; anni fa sosteneva che al governo c&#8217;era bisogno di un imprenditore perché non era un politico». Il presidente del Parlamento europeo, il tedesco Martin Schulz, non ha dubbi: gli italiani devono votare e il governo si decide dopo. Inoltre, ha spiegato a “l&#8217;Unità”, Mario Monti è un politico, non un tecnico. Per lui quella del ritorno alla democrazia, dopo due anni e mezzo di decisioni sulla crisi dell&#8217;euro prese a porte chiuse dai governi, è una battaglia europea. Ieri intervenendo a Bruxelles al congresso del Partito dei Socialisti Europei (Pse) Schulz ha ricordato che «i parlamenti non sono uno spreco di tempo perché garantiscono la democrazia».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Italia qualcuno sostiene che un governo tecnico sarebbe meglio del ritorno della politica. Cosa ne pensa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«L&#8217;Italia è un Paese con una storia estremamente interessante. Mi ricordo come se fosse ieri quando, dopo la fine della Prima Repubblica agli inizi degli anni Novanta, le persone mi dicevano che c&#8217;era questo imprenditore, uno dei grandi successi dell&#8217;Italia, che avrebbe guidato il Paese con il decisionismo con cui si gestisce un&#8217;azienda efficiente e che sarebbe stato un uomo delle riforme. Non spetta a me giudicare com&#8217;è andata, tocca agli italiani fare un bilancio. Oggi le stesse persone ci raccontano che c&#8217;è bisogno di un tecnico. Io conosco Mario Monti da molto tempo, ho una grande stima personale per lui. È un professore con una cultura e delle qualità che rispetto molto, ma le persone che dicono che non è un politico mi fanno ridere. Per dieci anni è stato commissario europeo qui a Bruxelles, è stato vicepresidente della Commissione e mi ricordo molto bene quando Jacques Chirac e Gerhard Schroeder (rispettivamente ex Presidente francese ed ex Cancelliere tedesco, ndr) dovevano negoziare con lui per i sussidi statali alle aziende nazionali. In Europa non c&#8217;è settore più politicizzato della concorrenza. Non mi si racconti che Mario Monti è caduto dal cielo come tecnico. È un politico. È un uomo onesto e non è affiliato a nessun partito politico, ma è un uomo che ha passato gran parte della sua carriera nella politica. Alla fine la democrazia è basata sulle elezioni. Gli italiani andranno a votare e dopo le elezioni ci sarà un nuovo governo. Come sarà composto questo governo e chi lo guiderà è una domanda a cui si risponde dopo le elezioni, non prima».<br />
<strong><br />
Eppure con la crisi dell&#8217;euro tanti cittadini, non solo in Italia, hanno avuto l&#8217;impressione che i politici non siano in grado di gestire l&#8217;economia e che la politica vada commissariata&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Penso che sia assolutamente chiaro che nella globalizzazione, soprattutto per quel che riguarda i mercati finanziari che hanno un impatto enorme sulle economie nazionali, gli strumenti nazionali non sono più sufficienti. C&#8217;è uno squilibrio tra la politica costituzionalizzata in un quadro nazionale e l&#8217;economia incontrollata in un quadro continentale o globale. Per rispondere a questo squilibrio e per sopravvivere politicamente i capi di governo fanno credere di essere in grado di gestire le cose, ma la gente si rende sempre più conto che questo non è vero. Per questa ragione abbiamo bisogno di strumenti transnazionali con cui affrontare le grandi sfide del ventunesimo secolo. Queste sono il commercio mondiale, il cambiamento climatico, l&#8217;immigrazione e l&#8217;economia per quel che riguarda relazioni monetarie, evasione fiscale e speculazione. Queste sfide non sono più affrontabili in un quadro nazionale. Per salvare la democrazia abbiamo bisogno di una democrazia transnazionale o non riusciremo più a riconquistare la fiducia dei cittadini.<span id="more-4655"></span></p>

		</div> 
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			<p style="text-align: justify;"><strong>Anche per creare delle istituzioni transnazionali però c&#8217;è bisogno della fiducia dei cittadini che devono approvare le riforme, anche se alcuni come il premier Mario Monti affermano che i referendum sull&#8217;Europa sono controproducenti&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«In Europa ci sono tradizioni diverse. Alcuni Paesi hanno una tradizione referendaria e alcuni, come la Germania, no. Quindi è difficile rispondere. Neanche è possibile approvare un nuovo trattato Ue con un referendum da tenersi lo stesso giorno, in tutta Europa e con lo stesso quesito perché non siamo uno Stato federale. Per il momento ogni Paese ratifica i trattati secondo le procedure previste dalla propria Costituzione e capisco che Monti metta in guardia dalla strumentalizzazione dei referendum nazionali da parte degli anti-europei. Tuttavia prima o poi bisognerà riflettere su come possiamo riconquistare la fiducia dei cittadini. Secondo me prima di discutere di riforme istituzionali, che spesso sono una scusa per non fare niente, bisogna dare risposte concrete ai problemi di oggi come la disoccupazione e i tassi di interesse eccessivi dei debiti pubblici».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo alcune voci alle elezioni europee del 2014 lei sarà il candidato dei Socialisti e Democratici europei come prossimo presidente della Commissione europea. Conferma?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Sono presidente del Parlamento europeo da 8 mesi e ho ancora davanti a me 22 mesi. Voglio essere un presidente visibile e ascoltato. Comunque la sua domanda presuppone che potrei essere un candidato e per me questo è un onore eccezionale».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.unita.it/mondo/macche-tecnico-monti-e-un-politico-br-e-chi-lo-sostiene-voleva-berlusconi-1.450860">Fonte l&#8217;Unità 30 settembre 2012</a></p>

		</div> 
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		<title>La Libia dimostra la deriva occidentale</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Sep 2012 19:14:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Lavagno]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giuliana Sgrena Bengasi è nota per essere la piazza più sensibile alle provocazioni occidentali. Qui è iniziata la rivolta contro Gheddafi, prima pacifica poi militare e infine inquinata da noti elementi jihadisti e qaedisti, protagonisti della guerra santa in tutti i paesi che vanno dalla Somalia fino all&#8217;Afghanistan, passando per la Siria. Dunque un [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giuliana Sgrena</strong></p>
<p>Bengasi è nota per essere la piazza più sensibile alle provocazioni occidentali. Qui è iniziata la rivolta contro Gheddafi, <span id="more-4611"></span>prima pacifica poi militare e infine inquinata da noti elementi jihadisti e qaedisti, protagonisti della guerra santa in tutti i paesi che vanno dalla Somalia fino all&#8217;Afghanistan, passando per la Siria. Dunque un terreno minato.<br />
Allora sorge inevitabile una domanda: come mai l&#8217;ambasciatore Usa Chris Stevens, noto conoscitore del mondo arabo e della sua cultura oltre che della Libia, si trovava a Bengasi proprio l&#8217;11 settembre?</p>
<p>Le voci su un possibile attentato a target americani in occasione dell&#8217;anniversario dell&#8217;attacco alle Torri gemelle preoccupava tutti i servizi segreti e le cancellerie. E quelli americani? Che hanno contribuito con il loro intervento a creare quella miscela esplosiva che sta incendiando tutta l&#8217;area? Le ambasciate americane ora sono sotto tiro a Tripoli, al Cairo e a Tunisi, le capitali le cui nuove leadership sono state riconosciute dagli Usa. Egitto e Tunisia sono in mano ai Fratelli musulmani che invece non hanno vinto a Tripoli, dove, si è detto, hanno trionfato i «liberali». Liberisti in economia come lo sono Morsi e Ghannouchi, ma forse ci si è dimenticato che il primo atto del libico Jibril dopo la caduta di Gheddafi è stato quello di proclamare la sharia, legge coranica. In Libia nessuna forza si è mai definita secolare: la contaminazione tra politica e religione non ha escluso la Libia.</p>
<p>L&#8217;occidente continua a ritenere l&#8217;islamismo un interlocutore affidabile se «moderato» e condanna quello radicale, così facendo forze che fino a ieri erano sulla lista nera del terrorismo appena raggiungono il potere diventano fedeli alleati. Nessuno, o pochi, tra gli osservatori occidentali si è posto il problema di come sono state vinte dagli islamisti le elezioni nei paesi delle rivoluzioni arabe: l&#8217;analisi richiederebbe tempo e spazio, ma uno degli elementi determinanti è stato l&#8217;aiuto e il finanziamento arrivati dall&#8217;Arabia saudita e dal Qatar (fondamentalisti, ma amici dell&#8217;occidente). Sono gli stessi petrodollari che hanno finanziano i mercenari in Libia e che ora finanziano quelli che combattono in Siria. L&#8217;Arabia Saudita insieme agli americani appoggiava alla loro nascita i Taleban e prima ancora i jihadisti addestrati da Bin Laden.</p>
<p>Ma la storia non sembra insegnare nulla. Ora quei «mostri» creati per combattere il comunismo negli anni 80 hanno acquisito strumenti sofisticati per fomentare quando vogliono l&#8217;odio anti-occidentale, estraneo alle rivoluzioni arabe.</p>
<p>Possibile che un film porno spazzatura uscito un anno fa negli Usa provochi manifestazioni proprio l&#8217;11 settembre? È possibile se a diffonderlo è una tv salafita egiziana. Provocatori? Forse, ma lo è anche chi ha prodotto il film ben sapendo quale uso ne sarebbe stato fatto magari sperando proprio che ciò accadesse durante la campagna elettorale americana. Perché i fondamentalisti religiosi non ci sono solo nei paesi musulmani ma anche nella democraticissima America e sono altrettanto feroci.</p>
<p>Se i corani bruciati a Bagram hanno interrotto i negoziati tra Taleban e Usa, forse era quello che volevano gli studenti di teologia sicuri di arrivare al potere anche senza trattative dopo il ritiro americano nel 2014. L&#8217;occidente ha appoggiato le vittorie islamiste senza calcolare che quando la religione si fa potere ogni sprediudicatezza è possibile, anche che i salafiti tunisini diventino il braccio armato di Ennahda, e così via in tutti i paesi vicini. La contiguità tra religione e politica crea alleanze diaboliche.<br />
Obama può vantare l&#8217;eliminazione di Osama bin Laden, ma è ben poco nel momento in cui la rete qaedista dai mille tentacoli si sta estendendo dall&#8217;Asia al Medio oriente e fino a tutta l&#8217;area sahariana da dove tiene sotto scacco Mashreq e Maghreb.</p>
<p><a href="http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=33267&amp;typeb=0&amp;14-09-2012--La-Libia-dimostra-la-deriva-occidentale">fonte: http://www.globalist.it</a></p>
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		<title>Io lotto per&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Sep 2012 11:12:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Lavagno]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[“Io lotto per migliorare la società e il patto con Pier Luigi non è una resa” così Nichi nell’intervista rilasciata oggi a Repubblica in cui il leader di SEL argomenta i quesiti referendari depositati ieri in Cassazione, rispetto ai quali le idee sono chiare: “Spero che i quesiti siano superati dalle modifiche del nuovo Parlamento”. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Io lotto per migliorare la società e il patto con Pier Luigi non è una resa” </em>così Nichi nell’intervista rilasciata oggi a Repubblica in cui il leader di SEL argomenta i quesiti referendari depositati ieri in Cassazione, rispetto ai quali le idee sono chiare:<em> “Spero che i quesiti siano superati dalle modifiche del nuovo Parlamento”.<span id="more-4597"></span></em></p>
<p>Nessun “disagio”, nessun “imbarazzo politico” nei confronti del principale alleato. Nichi Vendola sa benissimo che la compagnia dei referendari da’ l’orticaria a molti colleghi del Pd ma tira dritto: “Sto costruendo un’alleanza, non sto praticando una resa”. Il leader di Sel è anche fiducioso: “Il Pd non ha raccolto le firme nemmeno per il nucleare e l’acqua ma poi il corpo del partito è stato decisivo nella vittoria referendaria”.</p>
<p><strong>Vendola non le sembra una contraddizione appoggiare l’opzione referendaria e, contemporaneamente, praticare l’alleanza con il Pd che quella normativa ha contribuito, sia pur a denti stretti, ad approvare?</strong></p>
<p>“Perché contraddizione? Penso che il centrosinistra si candidi alle elezioni per opporre alla società della paura la società della speranza, della dignità e civiltà del lavoro”.</p>
<p><strong>L’ex ministro Treu dice: referendum legittimo ma politicamente improponibile. Le modifiche all’articolo 18 sono in linea con l’Europa. A questo punto servirà un chiarimento con Sel.</strong></p>
<p>“L’Europa di cui parla Treu è quella che si sta suicidando, quella che sta smantellando il welfare. Non si può uscire dal ‘900 per approdare ad un Ottocento in technicolor”.</p>
<p><strong>Ma forse non è opportuno nemmeno andare in ordine sparso se si pensa di governare insieme.</strong></p>
<p>“Non si può monetizzare i diritti, non si può, per un licenziamento senza giusta causa, sostituire il reintegro con l’indennizzo. La Fornero riporta indietro le lancette della storia all’epoca in cui il lavoro era merce povera e il lavoratore era solo. Questo è uno sfregio, una ferita che vanno sanati”.</p>
<p><strong>L’iniziativa del referendum non è gradita a tutti in casa Pd.</strong></p>
<p>“Mi scusi, ma se un governo di centrosinistra non si pone come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita, il tema drammatico della precarietà dei giovani, la modifica dell’attuale modello previdenziale, che governo del cambiamento è? Che ci presentiamo a fare? Hollande, che è un riformista pacato, ha già proposto in Francia un altro modello di società”.</p>
<p><strong>Che senso ha fare un referendum che, comunque vada, arriverebbe dopo le elezioni? Nel 2013 ci sarà un nuovo Parlamento in grado di legiferare.</strong></p>
<p>“Ovviamente io spero che il nostro referendum sia superato dalle modifiche che saranno introdotte dalla maggioranza di centrosinistra e spero anche che queste modifiche riusciranno a cambiare l’agenda di un’Europa che lavora contro l’Unione Europea. Mi batto per rilanciare il sogno di Spinelli, contro le ricette del club dell’austerity che ci hanno infilato nell’abisso della recessione”.</p>
<p><strong>Monti dice: le terapie d’urto aggravano la crisi ma poi arriva il secondo tempo, quello della ripresa.</strong></p>
<p>“Rispetto Monti ma le sue sono diagnosi imprecise e generiche. La crisi sarebbe frutto di decenni di buonismo sociale… Monti non evoca le vere cause, lo strapotere della finanza, il trasferimento della ricchezza dal basso all’alto, la perdita del valore sociale del lavoro. Non si capisce perché mai debba sgorgare all’improvviso la ripresa, dopo aver strozzato il ceto medio e ridotto al minimo il welfare”.</p>
<p><strong>Torniamo al referendum. Lei sembrava un po’ a disagio nella foto ricordo con Di Pietro, Diliberto e Ferrero.</strong></p>
<p>“Invece di concentrarci sul Palazzo, concentriamoci sulla vita vera, sulle persone. Non faccio tutto questo per una foto ricordo con i capipartito. Le mie foto sono con gli operai dell’Ilva e di Pomigliano”</p>
<p><strong>Anche il Pd mette in testa al suo programma il lavoro.</strong></p>
<p>“Appunto. Bersani ha messo sulla scena politica italiana un oggetto prezioso: il suo proposito di cambiare l’agenda politica italiana. Il referendum va nella stessa direzione”.</p>
<p>Alessandra Longo</p>
<p>fonte La Repubblica 12 settembre 2012</p>
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		<title>Il giudice e la fabbrica</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Aug 2012 07:03:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Lavagno]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro - Welfare]]></category>
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		<category><![CDATA[Fiat]]></category>
		<category><![CDATA[ILVA]]></category>
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		<description><![CDATA[di Luciano Gallino Una funzione essenziale delle leggi consiste nell&#8217;impedire che il più forte abbia la meglio sul più debole. I giudici di Taranto nel caso Ilva, e di Roma nel caso Pomigliano, hanno dato corpo a tale funzione. Nel caso di Taranto sembra accertato che la parte più forte, la proprietà dello stabilimento, abbia permesso che esso infliggesse da anni alla [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Luciano Gallino</strong></p>
<p>Una funzione essenziale delle leggi consiste nell&#8217;impedire che il più forte abbia la meglio sul più debole. I giudici di Taranto nel caso Ilva, e di Roma nel caso Pomigliano, hanno dato corpo a tale funzione.<span id="more-4526"></span></p>
<p>Nel caso di Taranto sembra accertato che la parte più forte, la proprietà dello stabilimento, abbia permesso che esso infliggesse da anni alla parte più debole, i lavoratori del sito insieme con l&#8217;intera popolazione della città, un tasso di inquinamento che i periti della Procura hanno ritenuto letalmente elevato.</p>
<p>Nel caso di Pomigliano è comprovato, stando alla sentenza della Corte d&#8217; appello, che la Fiat abbia proceduto ad assunzioni discriminatorie, applicando il singolare principio per cui un&#8217;impresa assume soltanto quei lavoratori che abbiano in tasca una tessera sindacale ad essa gradita, o meglio nessuna. Adesso ambedue le vicende sono giunte a un punto critico.</p>
<p>I giudici di Taranto hanno disposto il blocco dell&#8217; attività produttiva sino a quando l&#8217;impianto non sia dotato di tecnologie antiinquinamento adeguate. Non si vede come avrebbero potuto decidere altrimenti. Un impianto siderurgico integrato tipo quello tarantino presenta due caratteristiche: tutti i suoi componenti, dal reparto sinterizzazione sino ai treni di laminazione, sono fortemente inquinanti; al tempo stesso non si può fermarne uno per metterlo a norma perché in un ciclo integrato fermare un componente significa bloccare tutti gli altri. Ma se si ferma tutto il sito circa 15.000 operai, tra diretti e indiretti, rischiano di restare senza lavoro.</p>
<p>A Pomigliano quel che può succedere è che la Fiat metta in cassa integrazione un numero di nuovi assunti più o meno corrispondente agli iscritti alla Fiom che dovrebbe riassumere, visto che per gli attuali volumi produttivi, essa dice, gli addetti attuali sono più che sufficienti. In ambedue i casi, siamo da capo: la tutela della legge chei giudici hanno offerto ai più deboli rischia di essere vanificata. Non si è qui dinanzi soltanto alle responsabilità del più forte, per quanto queste siano grandi.</p>
<p>Nessuna delle due vicende sarebbe arrivata al punto in cui è oggi se i governi che si sono succeduti negli ultimi anni; i ministeri competenti, in specie quelli dell&#8217;Ambiente e dello Sviluppo (o dell&#8217;Industria, come si chiamava un tempo); nonché i partiti ieri contrapposti e oggi alleati nel sostenere il governo cosiddetto dei tecnici, non avessero dato in qualche modo un aiuto alle società coinvolte per aver mano libera o quasi nei loro siti produttivi.</p>
<p>Che l&#8217;impianto di Taranto inquinasse dentro e fuori dei suoi cancelli era risaputo da anni. Senza risalire troppo indietro, basterà ricordare che l&#8217;Arpa della Puglia aveva trasmesso al ministero dell&#8217; Ambiente, nei primi mesi del 2008, un documentato rapporto circa i rischi derivanti dalla diffusione di sostanze velenose provenienti dall&#8217; impianto in questione. Tuttavia una lettera del ministero all&#8217;Arpa in data 8 agosto 2008 affermava seccamente che le rilevazioni effettuate a cura dell&#8217;agenzia non potevano essere ritenute valide. Non proprio una licenza di inquinare, ma in ogni caso un efficace contributo per perdere altri anni prima di intervenire.</p>
<p>Quanto a Pomigliano, è probabile che la Fiat non avrebbe osato attuare le sue pratiche discriminatorie se le cosiddette riforme del lavoro susseguitesi sin dai primi anni 2000, le posizioni dei partiti ancorché definitisi di centro-sinistra, più tambureggianti campagne mediatiche, non avessero fatto tutto il possibile per spingere in un angolo la Cgil e la Fiom come rappresentanti di un sindacato capace ancora di dire no, almeno ogni tanto, alle richieste sempre più intrusive dei diritti dei lavoratori avanzate dalle imprese. Sarebbe inaudito veder buttare fuori dalla fabbrica tanti operai quanti l&#8217;azienda deve riassumerne in forza della sentenza di appello. In gioco qui non è tanto il destino dei singoli, quanto un principio basilare della democrazia industriale.</p>
<p>Mentre a Taranto si tratta soprattutto di salvare il lavoro di migliaia di operai, davanti una disposizione dei giudici che a fronte delle responsabilità grandissime delle imprese e dei politici appare doverosa prima ancora che pienamente giustificata. Per farlo occorrono non soltanto soldi, che oltre allo stato la proprietà dovrebbe tirare fuori anche di tasca propria a fronte degli utili degli ultimi anni (le stime parlano di miliardi), ma anche invenzioni organizzative. Come, ad esempio, adibire gran parte dei lavoratori stessi ai lavori di ristrutturazione ambientale dello stabilimento. Nessuno conosce quell&#8217; impianto meglio di chi ci lavora; e molte professionalità potrebbero essere utilizzate nei lavori di ristrutturazione con un periodo relativamente breve di formazione.</p>
<p>Su questo punto non è ammesso dire che non è possibile, prima ancora di approfondire la questione. Quel che non sembrava possibile, consentire all&#8217;impianto tarantino di avvelenare insieme i suoi addetti e la popolazione, lo stato e i suoi ministeri lo hanno già fatto. Ora hanno il dovere di imboccare al più presto la strada opposta, quella di un&#8217;opera di risanamento che non fa pagare il prezzo per una seconda volta ai lavoratori e alla città.</p>
<p>Fonte: <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/08/14/il-giudice-la-fabbrica.html?ref=search">Repubblica 14 agosto 2012</a><a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/08/14/il-giudice-la-fabbrica.html?ref=search"><br />
</a></p>
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