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	<title>Fabio Lavagno &#187; Italia</title>
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		<title>IL RUOLO DELLA CINA DURANTE (E DOPO) LA PANDEMIA? SEMPRE PIÙ FORTE NEL MONDO</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 11:24:40 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>A scorrere le prime pagine del “Giornale del Popolo” (Rénmín Rìbào), o le notizie sull’agenzia Xinhua di questa settimana sembra di sfogliare l’agenda che un qualche fidato segretario tiene a Xi Jinping. Scotta il telefono del Presidente cinese. Non passa giornata senza una puntuale relazione delle chiamate partite da Pechino verso le principali capitali europee e non solo. Si tratta di una fitta rete di relazioni, che non rappresentano solo una formale attività diplomatica: la costruzione di frasi di circostanza, infatti, si intreccia costantemente con messaggi più o meno espliciti e capaci di una serie di conseguenze non trascurabili per il futuro assetto geopolitico dell’interno globo.</p>
<p>Il processo di desinizzazione del Corona Virus è chiaro e la sua impronta inizia a fare breccia nelle opinioni pubbliche occidentali. Forse non è stata l’Italia a inaugurare questa catena di telefonate, ma nel colloquio con il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte l’intento è stato più che esplicito: rafforzare con l’Italia il rapporto di natura commerciale e geopolitica culminato dalla firma del Memorandum dello scorso anno. E’ bene ricordare che l’Italia stessa, paese fondatore dell’Unione Europea, è l’unico membro del G7 ad aver sottoscritto il patto con la Cina relativo alla Belt and Road Initiative (Nuova via della seta). Ciò che resta emblematico è che, nella telefonata con Conte, anche i media cinesi abbiano abbandonato l’espressione ufficiale del progetto per adottare quella più empatica al paese che ha dato i natali a Marco Polo e Matteo Ricci di “Nuova via della seta” aggiungendovi “della sanità”. Quindi l’aiuto, i mezzi giunti in Italia in queste settimane e quelli che arriveranno nelle prossime, non si slegano da un principio e da un quadro di natura geopolitica e commerciale complessivo e ben più complesso.</p>
<p>Continua su <a title="Il ruolo della Cina durante (e dopo) la pandemia? di Fabio Lavagno" href="https://www.glistatigenerali.com/geopolitica/coronavirus-covid-cina-politica-pandemia/">Gli Stati Generali</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Perchè Monti e non più Monti!</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2012 13:08:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Lavagno]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se dopo Monti ci fosse Monti, significherebbe che non ci sarebbe più la politica come strumento di cambiamento e di disegno del futuro. Quella stessa politica che in questo anno ha abdicato al suo ruolo, si ridurrebbe definitivamente a luogo di bassa consorteria, avvallo di volta in volta di scelte politiche dietro una facciata tecnica. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Se dopo Monti ci fosse Monti, significherebbe che non ci sarebbe più la politica come strumento di cambiamento e di disegno del futuro.<span id="more-4584"></span></p>
<p>Quella stessa politica che in questo anno ha abdicato al suo ruolo, si ridurrebbe definitivamente a luogo di bassa consorteria, avvallo di volta in volta di scelte politiche dietro una facciata tecnica.</p>
<p>La paventata incertezza sulla futura governabilità dell&#8217;Italia, argomento usato come clava in qualsiasi contesto, è figlia e complice di chi dopo i segnali di cambiamento alle amministrative del 2011 e gli straordinari successi dei referendum, ha voluto mettere una sordina allo spirito di alternativa che si stava concretizzando. Temere ciò che si è creato risulta un tantino ipocrita.</p>
<p>Non stupisce che a ripetere la litania del “Monti dopo Monti”, sia chi, in assenza di proposte sia stato particolarmente attento, negli ultimi vent&#8217;anni, a ritagliarsi un proprio angolino al sole, prima sostenendo Berlusconi e poi sperimentando progetti non troppo riusciti di aggregazione centrista.</p>
<p>Questo accanimento assomiglia molto a una strizzata d&#8217;occhio a quei protagonisti dell’economia e della finanza di breve memoria, che fino allo scorso anno si bevevano le promesse di Berlusconi e Tremonti e oggi non immaginano, o forse temono, che il futuro possa essere fatto di scelte, di chiare responsabilità, preferendo tenersi stretto il bocconiano di Palazzo Chigi, come alibi per i propri errori.</p>
<p>In un Paese che ha bisogno di radicali riforme, l&#8217;anno del governo tecnico, ha reso evidente come queste riforme abbiano assunto per lo più le sembianze di tagli di natura economica e che la scelta di dove si indirizzano le ricadute di questi provvedimenti non ha nulla di tecnico, ma molto (moltissimo!) di politico.</p>
<p>Occorre imboccare, con coraggio una strada nuova, prima ancora di indicarla agli elettori. Assumere su di se l&#8217;onere di essere apripista di una nuova stagione politica, che rischia ancora di essere poco chiara. Assistiamo ad una triste kermesse provinciale, in cui inserire la parola Italia nel proprio simbolo pare essere l&#8217;unico aspetto di novità possibile. Occorre uscire da questa visone chiusa e asfittica avere uno spirito di attenzione ad un livello quanto meno europeo. Sapendo bene che l&#8217;Europa, per non involvere del tutto, ha bisogno di una credibilità superiore e più forte delle ricette liberiste, fino a qui sperimentate, le quali, oltre ad essere dannose finiscono per essere collante alle peggiore derive di estrema destra fatte di odio e razzismo.</p>
<p>I pochi mesi che ci separano dalle elezioni non ridaranno fiato al dibattito politico se prevarrà la sensazione che tutto sia in qualche modo già scritto.</p>
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		<title>Hollande: il cambiamento è ora!</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 18:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Lavagno]]></dc:creator>
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			<p style="text-align: justify;">Il “cambiamento” proposto in campagna elettorale da Francois Hollande è oggi la vittoria di Francois Hollande in Francia. <img title="More..." alt="" src="http://www.fabiolavagno.it/blog/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" />Questo non è solo un fatto specifico della vita politica interna di un paese, ma soprattutto una vittoria che si rivolge come una sfida importante a molti altri livelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ritorno di un socialista all’Eliseo infatti  può riaprire la strada in Francia a politiche sociali in netta discontinuità con il presente se, come promesso nella campagna elettorale, vi sarà il ritorno dell’età pensionabile a 60 anni, una politica delle entrate che colpisce i redditi più alti (quell’aliquota del 75% per chi guadagna più di un milione di euro l’anno),  la centralità dei sindacati nelle relazioni industriali e serie politiche per la formazione e l’occupazione che hanno al centro dell’attenzione le giovani generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Francois Hollande eredita dal proprio predecessore un Paese con debito pubblico maggiore a cinque anni fa, che cresce meno rispetto a cinque anni fa, con una maggiore disoccupazione rispetto a cinque anni fa. Una Francia che, se non fosse un po’ meglio, assomiglierebbe  proprio all’Italia del dopo Berlusconi  anche nella caduta del livello di libertà di stampa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante queste difficili condizioni, nelle sessanta proposteper la Francia di Hollande non vi è il grigio ricopiare di infauste ricette economiciste di rigore, fallimentari ogni volta che sono state applicate; ma il tentativo serio di indicare una strada diversa per uscire dalla crisi. E’ una via che passa attraverso un piano di crescita, di rilancio della produzione, di aumento del potere di acquisto, di investimento di risorse pubbliche, di lotta alla delocalizzazione, di politiche energetiche innovative, di centralità delle politiche economico- sociali con l’obiettivo di risanare i conti pubblici in un periodo congruo non pesando sulle fasce più deboli con un’insostenibile pressione fiscale.<span id="more-4235"></span></p>
<p style="text-align: justify;">

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			<p style="text-align: justify;">Questa vittoria riaccenderà le speranze in chi crede che l’Unione Europea sia un luogo di costruzione politica per il bene dei propri cittadini e non un luogo al servizio dei mercati. Riaccenderà le speranze di chi crede che l’Unione Europea sia luogo di condivisione e non di imposizione.  Forse non basterà, ma finalmente in Europa  si leverà un voce alternativa al dogma unico della Cancelliera tedesca e della BCE, una voce che parlerà di rinegoziazione del fiscal compact, di eurobond, di sblocco dei fondi inutilizzati di tassazione delle rendite finanziarie.</p>
<p style="text-align: justify;">I risvolti di questa vittoria non saranno solo politici ed economici, ma avranno anche caratteristiche culturali, perché sono la vittoria di un’idea di alternativa, della capacità della politica di rivendicare il proprio ruolo e non solo la propria subalternità al potere economico.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia avrebbe un bisogno disperato che la propria classe politica perseguisse una tale consapevolezza. Ne aveva bisogno dopo il lungo e volgare carnevale del berlusconismo, non ne ha meno necessità nell’attuale quaresima dei tecnici. Il riscatto che da oggi vive la Francia, sarebbe quello stesso riscatto che i cittadini italiani avrebbero avuto bisogno all’indomani delle dimissioni di Berlusconi. Quel riscatto che passa attraverso il voto, attraverso l’espressione e il riconoscersi in una politica e in proposte che li rappresentano.</p>
<p style="text-align: justify;">Non saranno il vincolo di bilancio in Costituzione, né la riforma del mercato del lavoro, né quella delle pensioni a creare nuovo sviluppo nel nostro Paese,  a migliorare le condizioni degli italiani, ma solo a perpetuare una situazione di bisogno e di precarietà. C’è allora molto lavoro da fare, quello di creare i presupposti  perché anche in Italia possa crescere una seria idea di alternativa, che possa essere  resa concreta e messa a frutto.  Un’idea coerente alle  forze progressiste che si prefiggono la sfida del governo e dell’alternativa in Europa, ponendo al centro dell’azione la coesione sociale piuttosto che il rigore finanziario.</p>

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		<title>Un simbolo senza diritto</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 23:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Lavagno]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Chiara Acciarini “Ogni istituto ha la sua bandiera; ogni aula l’immagine del crocifisso e il ritratto del re”: così disponeva, nel lontano 1924, l’art. 118 del R.D. 965. E’ la norma più recente che si può trovare sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche del nostro paese, a meno che non si voglia tenere conto [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><br />
di Chiara Acciarini</strong></p>
<p style="text-align:justify;">“Ogni istituto ha la sua bandiera; ogni aula l’immagine del crocifisso e il ritratto del re”: così disponeva, nel lontano 1924, l’art. 118 del R.D. 965.<br />
E’ la norma più recente che si può trovare sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche del nostro paese, a meno che non si voglia tenere conto di alcune circolari sugli “arredi” delle medesime. <span id="more-1892"></span>Non è certo necessario ricordare il contesto storico in cui la norma è stata emanata: il fascismo stava consolidando l’occupazione delle istituzioni attraverso leggi truffa, brogli elettorali, disprezzo dell’istituzione parlamentare. Il 1924 è l’anno dell’assassinio di Matteotti. In quel periodo il regime di Mussolini aveva iniziato, e aveva tutto l’interesse a consolidare, il processo di avvicinamento alla Chiesa cattolica, che sarebbe culminato con il Concordato fra Stato e Chiesa nel 1929.<br />
<!--more-->Nel Concordato la religione cattolica era riconosciuta come religione di stato: “L’Italia considera fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica l’insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica”. Come simbolo della religione di stato, il crocifisso rimase affisso nelle aule.<br />
Da allora sono passati molti anni e sono avvenuti molti cambiamenti. Il più importante, ovviamente, è rappresentato dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, che nei suoi principi fondamentali ha stabilito che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.<br />
Seppur tardivamente, la revisione del concordato del 1985 non ha potuto ignorare la limpida affermazione della libertà religiosa e la nuova concezione dei rapporti fra lo Stato e la chiesa cattolica che scaturiva da questo e da altri articoli del testo costituzionale. Pertanto, mentre lo Stato s’impegnava a continuare l’insegnamento della religione cattolica, si affermava che “nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno di non avvalersi di detto insegnamento”. E, in seguito, molti pronunciamenti giurisdizionali hanno confermato che il cattolicesimo non è più la religione di stato. L’obbligo di applicare rigorosamente il principio della facoltatività dell’ora di insegnamento della religione cattolica è stato affermato dalla sentenza n. 203/1989 della Corte Costituzionale e la sentenza 439/2000 della IV penale della Corte di Cassazione e anche la recentissima sentenza del TAR del Lazio, nell’escludere la presenza degli insegnanti di religione cattolica dagli scrutini, ha tenuto a ribadire il principio della libertà religiosa e dell’uguaglianza fra i cittadini.<br />
Purtroppo l’ambiguità con cui le norme costituzionali e le sentenze che ne raccomandavano l’applicazione sono state rispettate nella vita quotidiana delle nostre scuole è sotto gli occhi di tutti. Ed il crocifisso è rimasto nelle aule in base a norme amministrative e regolamentari che ne avevano previsto l’inserimento fra gli ”arredi” di cui le aule devono essere dotate.  Non sono mancate prese di posizioni coraggiose da parte di insegnanti e di genitori, ma si sono scontrate contro il muro di gomma dell’amministrazione scolastica. Non dimentichiamo, poi, che don Milani, perché nessuno pensasse che la sua era una scuola confessionale, tolse il crocifisso. E’ poi anche intervenuto un contorto pronunciamento del Consiglio di Stato, che ha solo escluso la rimozione del simbolo del cattolicesimo dalle aule in cui già si trovava.<br />
Finché Soile Lautsi, cittadina italiana di origine finlandese, non si è rivolta alla Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo e ha chiesto che fosse rispettata la sua richiesta di rimuovere il crocifisso dalle aule dell’istituto Vittorino da Feltre di Abano Terme, dove studiano i suoi figli.<br />
E la Corte le ha dato ragione. Ovviamente si apre ora la strada del ricorso, che il governo Berlusconi ha immediatamente annunciato. Potrà essere accolto ed allora la questione sarà discussa ulteriormente nell’istanza superiore, la “Grande Camera”, oppure potrà essere respinto e l’esecutivo dell’Unione Europea dovrà stabilire quali azioni, entro sei mesi, l’Italia dovrà compiere per adeguarsi alla decisione della Corte.<br />
Mentre si attendono questi sviluppi si dovrebbero evitare sia gli inopportuni richiami alla “nostra identità” di Gelmini sia  gli incredibili confronti con le zucche di Halloween del cardinal Bertone. La conoscenza della storia dovrebbe poi aiutare il nuovo segretario del PD Pierluigi Bersani a tralasciare affermazioni semplicistiche come quella che ha ritenuto di compiere ieri: “un’antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno”. Purtroppo il crocifisso, che è, tra l’altro, cosa diversa dalla croce, rappresenta per gli appartenenti ad alcune confessioni religiose anche cristiane un simbolo di idolatria, che spesso ricorda efferate persecuzioni compiute nei loro confronti.<br />
Qui non basta parlare di buon senso. Occorre provare ad ascoltare la voce del diritto, che ha trovato ieri nell’articolo di Stefano Rodotà su Repubblica un’espressione alta e qualificata: “Questa sentenza ci porta verso un’Europa più ricca, verso un’Italia in cui si rafforzano le condizioni della convivenza tra diversi, dove acquista pienezza quel diritto all’educazione dei genitori che i genitori cattolici rivendicano, ma che deve valere per tutti”.<br />
Rispettando le differenze, imparando a convivere con un passato complesso e contraddittorio, si può creare un clima di reciproco rispetto e tolleranza fra i credenti delle varie religioni e fra credenti e non credenti.<br />
Solo così la scuola potrà vincere la sfida della multiculturalità e rappresentare uno spazio dove si cresce tutti insieme e insieme si è impegnati nella faticosa costruzione di valori condivisi.<br />
Una scuola nella quale acquistano pieno significato le parole con cui la donna che è al vertice della Chiesa valdese, Maria Bonafede, ha commentato la sentenza di Straburgo: “Se non c’è nessun simbolo, ci sono tutti”.</p>
<p style="text-align:justify;">http://www.sinistra-democratica.it/simbolo-senza-diritto</p>
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