Le riforme istituzionali a colpi di decreto

9 years ago by in Articoli, Qua e là - consigli di lettura Tagged: , , , , , , ,

 di Elettra Deiana, Carlo Leoni, Claudio De Fiores, Valerio De Nardo

Il riordino delle province varato dal governo dei tecnici è il risultato degli anni di colpevole inerzia di una politica incapace a compiere indifferibili riforme amministrative e istituzionali. Ma tali riforme, quando toccano l’assetto delle autonomie e le forme della rappresentanza democratica, non possono essere fatte sotto dettatura degli Stella e Rizzo di turno, né attrezzate con calcolatrice, cartina geografica e pennarello, né soprattutto attuate a colpi di decreti legge, oltre ogni limite di legittimità costituzionale. Difatti, se costituisce un caso straordinario di necessità e urgenza accorpare un po’ di province, lo diviene poi qualunque cosa.

Ma, si dirà, quello sul riordino delle province è un provvedimento che serve a tagliare le spese, a risparmiare soldi pubblici. Eppure il governo cifre non ne fa e, in ogni caso, risultati significativi in termini di risparmi non verranno prima del 2014. Quelli più rilevanti, peraltro, si dovrebbero produrre soprattutto con il conseguente e successivo riordino degli uffici periferici dello Stato, che è ancora di là da venire.

Un po’ di imbarazzo, in effetti, l’esecutivo e i suoi più alti mentori lo avevano evidentemente provato, quando nel decreto-legge 95/2012 (enfaticamente definito spending review, nei fatti un decretone omnibus di tagli alla spesa pubblica) avevano previsto che il riassetto delle province sarebbe avvenuto con “atto legislativo di iniziativa governativa”. La decenza istituzionale imponeva insomma di non dire ad agosto che ad ottobre sarebbe stato adottato un altro decreto legge, nello spirito del si fa, ma non si dice.

Eppure all’abuso della decretazione d’urgenza, avallato dalle più autorevoli controfirme, non paiono oggi esserci più limiti. E’ evidente che questo governo e l’impotente maggioranza che lo sostiene considerano le regole un impaccio, subordinando il dato costituzionale al diktat dei vincoli comunitari di bilancio. La lettera agostana dei banchieri centrali dispiega ancora i suoi effetti nei termini ricattatori dell’emergenza finanziaria, legittimando un perenne stato di eccezione che consente di mettere mano impunemente all’architettura istituzionale del nostro Paese.

Sia chiaro, è bene ribadirlo: nel merito va svolta un’opera critica (ed anche autocritica) sull’evoluzione degli assetti regionali e delle autonomie locali, dopo più di dieci anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione. E le ragioni sono più che evidenti: i luoghi e le forme della rappresentanza sono oggi in evidente affanno, la capacità di intervento delle istituzioni politiche nella società si restringe sempre di più, l’universalità dei diritti rischia di rivelarsi un concetto astratto. Di qui l’esigenza di rilanciare su basi nuove il parlamentarismo, superando il bicameralismo perfetto con la creazione di una Camera delle Regioni.

L’opportuna revisione costituzionale dei poteri delle regioni e delle autonomie locali, non può infatti avvenire assecondando le incalzanti spinte alla verticalizzazione del potere ed al restringimento del pluralismo, violando in tal modo lo spirito e la lettera dei principi fondamentali della Repubblica. Facciamo in modo che la riforma di cui oggi si discute possa essere l’occasione per rilanciare la democrazia, la partecipazione, la trasparenza e non per fare dell’amministrazione dello Stato, delle regioni e delle autonomie locali i luoghi dell’applicazione tecnica e del recepimento passivo di scelte compiute altrove.

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